Santa Teresa: architettura e storia di una chiesa reggiana tardo barocca

Stampa articolo Stampa articolo

La fondazione del Monastero dei Carmelitani Scalzi
I Carmelitani Scalzi erano venuti a Reggio nel 1685, inviati da Maria Beatrice d’Este, sposa di Giacomo I re d’Inghilterra. Rinaldo d’Este, futuro duca, comprava per loro il palazzo Malaguzzi, oggi Bellentani, situato in via Campo Marzio ai numeri 9-11. Esso era vicino al Monastero dei Carmelitani Calzati fondati dalla beata Giovanna Scopelli, anch’esso in via Campo Marzio, dove oggi è la villa Roberto Levi. Nel 1686 Madre Maria Francesca dello Spirito Santo, al secolo Eleonora d’Este, zia della regina d’Inghilterra, otteneva di costruire il convento femminile delle Carmelitane Scalze all’angolo di Borgo Emilio, in via Filippo Re.

La fondazione della chiesa di Santa Teresa
T ra il 1732 e il 1743 veniva costruita la chiesa dei Carmelitani Scalzi e dedicata a santa Teresa d’Avila, fondatrice e patrona del nuovo ordine. L’architetto è stato il reggiano Andrea Tarabusi (1701-1776). Siamo nell’ultimo barocco, detto rococò, fatto di archi e linee curve, che s’intrecciano in un moto chiuso, meccanico e ripetitivo. è il tempo del liberalismo inglese, che rifiuta ogni vincolo morale, che non sia l’utile, e della catena di montaggio, che sembra poter soddisfare ogni desiderio. Nasce però la morale del gusto del piacere, che cerca la ricchezza come quantità.
La chiesa tardo barocca diventa una macchina.

Il modello a cui sembra rifarsi la chiesa di Santa Teresa è la chiesa del Carmine di Filippo Juvara (Messina 1678 – Madrid 1736) a Torino, iniziata anch’essa nel 1732. Entrambe le chiese sono come deformate in un allungo forato da profonde cappelle laterali. Anche i pilastri si allungano.
La quantità prevale sulla qualità perché ogni cappella è come un mondo unico, che però si ripete nella struttura portante. Ognuna di esse è dedicata ad una devozione diversa. è il tempo dell’Enciclopedia francese, che smembra il sapere in tante voci autonome, che possono venir messe assieme in modo diverso, senza alcuna logica che non sia quella del piacere. Si va verso l’affermazione di Kant che la religione non può più essere vissuta dalla ragione, ma solo dal sentimento, e, come conseguenza, che è bello ciò che piace.

Continua a leggere tutto l’articolo di Daniele Rivolti su La Libertà del 14 ottobre

Pubblicato in Articoli, Vita diocesana