“No ai preti da salotto”, lo chiede Papa Francesco

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“Carissimi, la domanda che deve scavarci dentro, quando scendiamo nella bottega del vasaio, è questa:Che prete desidero essere? Un “prete da salotto”, uno tranquillo e sistemato, oppure un discepolo missionario a cui arde il cuore per il Maestro e per il Popolo di Dio? Uno che si adagia nel proprio benessere o un discepolo in cammino? Un tiepido che preferisce il quieto vivere o un profeta che risveglia nel cuore dell’uomo il desiderio di Dio?”

Questa la provocatoria domanda che Papa Francesco ha rivolto sabato 7 ottobre in Vaticano ai partecipanti al convegno internazionale promosso dalla Congregazione per il clero.

Nel discorso Bergoglio ha più volte utilizzato la parola “vasaio”. Infatti, rivolgendosi a cardinali, vescovi e sacerdoti ha detto: “la formazione sacerdotale dipende in primo luogo dall’azione di Dio nella nostra vita e non dalle nostre attività. È un’opera che richiede il coraggio di lasciarsi plasmare dal Signore, perché trasformi il nostro cuore e la nostra vita. Questo fa pensare all’immagine biblica dell’argilla nelle mani del vasaio e all’episodio in cui il Signore dice al profeta Geremia: «Alzati e scendi nella bottega del vasaio». Il profeta va e, osservando il vasaio che lavora l’argilla, comprende il mistero dell’amore misericordioso di Dio. Scopre che Israele è custodito nelle mani amorevoli di Dio, che, come un vasaio paziente, si prende cura della sua creatura, mette sul tornio l’argilla, la modella, la plasma e, così, le dà una forma. Se si accorge che il vaso non è venuto bene, allora il Dio della misericordia getta nuovamente l’argilla nella massa e, con tenerezza di Padre, riprende nuovamente a plasmarla”.

L’immagine aiuta a capire che la formazione non si risolve in qualche aggiornamento culturale o qualche sporadica iniziativa locale. E’ Dio l’artigiano paziente e misericordioso della formazione sacerdotale e questo lavoro dura per tutta la vita. “Ogni giorno scopriamo – con san Paolo – di portare «questo tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi», e quando ci distacchiamo dalle nostre comode abitudini, dalle rigidità dei nostri schemi e dalla presunzione di essere già arrivati, e abbiamo il coraggio di metterci alla presenza del Signore, allora Lui può riprendere il suo lavoro su di noi, ci plasma e ci trasforma”.

Papa Francesco ha poi aggiunto: “Se uno non si lascia ogni giorno formare dal Signore, diventa un prete spento, che si trascina nel ministero per inerzia, senza entusiasmo per il Vangelo né passione per il Popolo di Dio. Invece, il prete che giorno per giorno si affida alle mani sapienti del Vasaio con la “V” maiuscola, conserva nel tempo l’entusiasmo del cuore, accoglie con gioia la freschezza del Vangelo, parla con parole capaci di toccare la vita della gente; e le sue mani, unte dal vescovo nel giorno dell’ordinazione, sono capaci di ungere a loro volta le ferite, le attese e le speranze del Popolo di Dio”. Il futuro sacerdote non è però solo argilla, ma anche aiutante del vasaio.

Nella formazione sacerdotale, quella iniziale e quella permanente, si possono riconoscere almeno tre protagonisti, che si trovano anch’essi nella “bottega del vasaio”. Il primo è il presbitero stesso; Il secondo protagonista sono i formatori e i Vescovi.

La vocazione nasce, cresce e si sviluppa nella Chiesa. Le mani del Signore operano attraverso la cura di coloro che sono chiamati a essere primi formatori della vita sacerdotale: il rettore, i direttori spirituali, gli educatori, e sopra tutti, il Vescovo, che giustamente è definito il primo responsabile dell’ammissione in Seminario e della formazione sacerdotale. Papa Francesco ha sottolineato: “Se un formatore o un Vescovo non scende nella bottega del vasaio e non collabora con l’opera di Dio, non potremo avere sacerdoti ben formati! Ciò esige una cura speciale per le vocazioni al sacerdozio, una vicinanza carica di tenerezza e di responsabilità verso la vita dei preti, una capacità di esercitare l’arte del discernimento come strumento privilegiato di tutto il cammino sacerdotale. E – vorrei dire soprattutto ai vescovi – lavorate insieme! Abbiate un cuore largo e un respiro ampio perché la vostra azione possa valicare i confini della diocesi ed entrare in connessione con l’operato degli altri fratelli vescovi. Sulla formazione dei preti occorre dialogare di più, superare i campanilismi, fare scelte condivise, avviare insieme buoni percorsi formativi e preparare da lontano formatori all’altezza di questo compito così importante. Abbiate a cuore la formazione sacerdotale: la Chiesa ha bisogno di preti capaci di annunciare il Vangelo con entusiasmo e sapienza, di accendere la speranza là dove le ceneri hanno ricoperto le braci della vita, e di generare la fede nei deserti della storia”.

Terzo protagonista è il popolo di Dio: la gente, con il travaglio delle sue situazioni, con le sue domande e i suoi bisogni, è un grande “tornio” che plasma l’argilla del sacerdozio.

“Così il prete si forma: fuggendo sia da una spiritualità senza carne, sia, viceversa, da un impegno mondano senza Dio”.

gar

 

Pubblicato in Articoli, Vita diocesana