Carrierismo, chiacchiericcio, clericalismo: difetti del presbiterio

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Li ha stigmatizzati domenica Papa Francesco a Bologna

Incontrando nella cattedrale di Bologna nel pomeriggio di domenica 1° ottobre  sacerdoti, religiosi, seminaristi e diaconi, Papa Francesco, ha dato questa risposta alla domanda di un sacerdote sulla “esigenza evangelica della fraternità nella vita di presbiteri”.

“La fraternità si esprime nel presbiterio. Qual è il centro, qual è proprio il nocciolo della spiritualità della vita del presbitero diocesano? La diocesanità. Noi non possiamo giudicare la vita di un presbitero diocesano senza domandarci come vive la diocesanità. E la diocesanità è una esperienza di appartenenza: tu appartieni a un corpo che è la diocesi. Questo significa che tu non sei un “libero”, come nel calcio. Sei un uomo che appartiene a un corpo, che è la diocesi, alla spiritualità e alla diocesanità di quel corpo; e così è anche il consiglio presbiterale, il corpo presbiterale. Senza coltivare questo spirito di diocesanità diventiamo troppo singoli, troppo soli con il pericolo di diventare anche infecondi o con qualche … – diciamolo delicatamente – nervosismo, un po’ innervositi per non dire nevrotici, e così un po’ zitelloni. Vae soli!, dicevano i Padri del deserto; “guai a chi è solo”, perché finirà male. E per questo è importante coltivare, far crescere il senso della diocesanità, che ha anche una dimensione di sinodalità con il vescovo.

Quel corpo ha una forza speciale e deve andare avanti sempre con la trasparenza. L’impegno della trasparenza, ma anche la virtù della trasparenza; cioè il coraggio di parlare, di dire tutto. Paolo sempre andava avanti con questo coraggio di parlare; e anche il coraggio della pazienza, di sopportare, di portare-su, sulle spalle”.

Nella risposta, Bergoglio ha fatto riferimento alla sua esperienza personale. Il coraggio di parlare chiaro. Io ricordo, quando ero studente di filosofia, un vecchio gesuita, furbacchione, buono ma un po’ furbacchione, mi consigliò: se tu vuoi sopravvivere nella vita religiosa, pensa chiaro, sempre; ma parla sempre oscuro. E’ un modo di ipocrisia clericale, diciamo così. No, la penso così, ma c’è il vescovo, o c’è quel vicario, c’è quell’altro … meglio stare zitti … e poi la cucino con i miei amici”. Questo è mancanza di libertà. Per vivere la diocesanità ci vuole libertà. E poi l’altra virtù è sopportare. Sopportare il vescovo, sempre. Sopportare i fratelli: quello non mi piace quello che dice … guarda questo, guarda quello … E’ interessante, quello che non ha la libertà di parlare, il coraggio di parlare davanti a tutti, ha l’atteggiamento basso di sparlare di nascosto. Non ha la pazienza di sopportare in silenzio. E noi dobbiamo fare del tutto per avere la virtù di dire le cose in faccia, con prudenza, ma dirle. E’ vero, se io non sono d’accordo col fratello in una riunione, non devo dire: tu sei un disgraziato; no, ma: io non sono d’accordo perché penso così e così, senza insultare. Ma dire quello che penso, liberamente. E poi, se c’è qualcuno che mi annoia e viene sempre con le solite storie e rovina forse una riunione … la pazienza di sopportare”. Il Papa ha poi aggiunto: inoltre c’è il popolo di Dio, che non entra nel collegio presbiterale, ma entra nella Chiesa diocesana. E vivere la diocesanità è anche viverla col popolo di Dio. Il sacerdote deve domandarsi: com’è il mio rapporto col popolo santo di Dio?

“E lì c’è un brutto difetto, un brutto difetto da combattere: il clericalismo. Cari sacerdoti, noi siamo pastori, pastori di popolo, e non chierici di Stato; ci sono tanti chierici di Stato, che sono funzionari del sacro, ma il rapporto col popolo è – questa è una “figuraccia” – quasi come quello tra il padrone e l’operaio: io sono il chierico e tu sei ignorante. Ma, pensate bene, il nostro clericalismo è molto forte, molto forte; e ci vuole una conversione grande, continua per essere pastori”.

Il Santo Padre ha richiamato il libro “De pastoribus” di Sant’Agostino; “e lì si vede chiaramente che Agostino ci fa vedere com’è un pastore, ma non uno clericale, un pastore di popolo, che non vuol dire un populista, no, pastore di popolo, cioè vicino al popolo perché è stato inviato lì a far crescere il popolo, a insegnare al popolo, a santificare il popolo, ad aiutare il popolo a trovare Gesù Cristo. Invece, il pastore che è troppo clericale assomiglia a quei farisei, a quei dottori della legge, a quei sadducei del tempo di Gesù: soltanto la mia teologia, il mio pensiero, quello che si deve fare, quello che non si deve fare, chiuso lì, e il popolo è là; mai interloquire con la realtà di un popolo”.

Il pastore deve avere un rapporto – e questa è sinodalità – un triplice rapporto con il popolo di Dio: stare davanti, per far vedere la strada, diciamo il pastore catechista, il pastore che insegna la strada; in mezzo, per conoscerli: vicinanza, il pastore è vicino, in mezzo al popolo di Dio; e anche dietro, per aiutare quelli che rimangono in ritardo e anche a volte per lasciare al popolo di vedere – perché sa, “annusa” bene popolo –, per vedere quale strada scegliere: le pecorelle hanno il fiuto per sapere dove ci sono i pascoli buoni.

“Inoltre, è triste quando un pastore non ha orizzonte di popolo, del popolo di Dio; quando non sa cosa fare … E’ molto triste quando le chiese rimangono chiuse, o quando si vede un cartello lì sulla porta: “dalla tal ora alla tal ora”, poi non c’è nessuno. Confessioni soltanto nel tal giorno da tale ora a tale ora. Ma, non è un ufficio del sindacato! E’ il posto dove si viene ad adorare il Signore. Ma se un fedele vuole adorare il Signore e trova la porta chiusa, dove va a farlo? Pastori con orizzonte di popolo: questo vuol dire chiedersi: come faccio io per essere vicino al mio popolo? La gente vede la porta aperta, entra, vede la luce e va. Sempre la porta aperta, sempre con quel servizio al popolo di Dio.

Nella sua ampia risposta, Papa Francesco ha poi voluto evidenziare due vizi, in cui è possibile che i sacerdoti incorrano.

“Uno è pensare il servizio presbiterale come carriera ecclesiastica. Mi riferisco a un vero atteggiamento arrampicatore. Questo è peste in un presbiterio. Gli arrampicatori, che cercano di farsi strada e sempre hanno le unghie sporche, perché vogliono andare su. Un arrampicatore è capace di creare tante discordie nel seno di un corpo presbiterale. Pensa alla carriera. Gli arrampicatori fanno tanto male all’unione comunitaria del presbiterio, tanto male, perché sono in comunità ma fanno così per andare avanti loro.

L’altro vizio frequente è il chiacchiericcio. “Distruggere la fama degli altri. Il chiacchiericcio è un vizio, un vizio di clausura, diciamo noi. Quando c’è un presbiterio dove ci sono tanti uomini con l’anima chiusa, c’è il chiacchiericcio, sparlare degli altri”. E al riguardo ha citato il brano di Luca: ti ringrazio, Signore, perché non sono come gli altri, e neppure come quel pubblicano. Questa è la musica del chiacchiericcio, anche del chiacchiericcio clericale. L’arrampicamento e il chiacchiericcio sono due vizi propri del clericalismo.

gar

Pubblicato in Articoli, Vita diocesana