Fa quel che può, quel che non può non fa

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Ammetto che quest’anno quando mi hanno proposto di allenare una squadra di esordienti a nove ho avuto molti dubbi. Dal punto di vista tecnico non l’ho mai fatto ma soprattutto avevo la grande paura che mi sarebbe mancato tanto il calcio a undici, quello dei “grandi” da cui ho avuto tante soddisfazioni.

È bastata però un’amichevole per farmi contagiare dai “miei” esordienti 2006: vedendoli giocare mi sono proprio divertito. La loro passione, il loro entusiasmo hanno fugato tutti i miei dubbi: del calcio a 11 mi manca l’adrenalina e la tensione ma di sicuro il trasporto e la voglia della banda Esordienti 2006 mi ha caricato a mille.

Colgo anche l’occasione per ringraziare il mio predecessore, cosa che nel calcio non è così scontata: direi che ha fatto un ottimo lavoro sotto tutti i punti di vista.

La categoria esordienti, forse, è quella più delicata: è il passaggio tra il calcio dei bambini e quello dei grandi. Ciò che si semina in questa fase è ciò che si raccoglierà da qui alla fine della loro carriera, qualunque essa sia. E ciò che un adulto, il mister nel mio caso, instilla fa di sicuro la differenza. Quanto è difficile essere adulti ,essere degli esempi positivi per questi ragazzini che si affacciano alla vita.

La domanda, pardon l’ambizione, rimane sempre quella: quanto posso incidere nella vita di un bambino o di un ragazzo che alleno? Non ho ancora la fortuna di avere un figlio ma mi ritengo un abile osservatore e scruto un po’ i ragazzi e i grandi che ruotano attorno a loro. Sono ancora dell’idea che il professore a scuola, il mister in campo e potrei continuare con gli esempi, abbiano sempre ragione. Che un ragazzo abbia come unico diritto quello di divertirsi ed essere in un ambiente sereno e sicuro, magari circondato da persone competenti. Per molti adulti, invece, non è così: pensano la vita come un abito su misura, fatto apposta per assecondare le forme e i difetti di questo e quel fisico. In particolare questo abito si chiama sport.

Da osservatore privilegiato invece mi accorgo che sempre di più, i grandi, vorrebbero che tutto fosse fatto e stabilito ad hoc, per rispettare le esigenze di tutti, soprattutto le loro.

Quanto noi grandi siamo però in grado di metterci in ascolto dei piccoli, saperli ascoltare e decidere per il loro meglio, essere obiettivi e giudiziosi nelle conclusioni.

Poco tempo fa mi sono imbattuto nella figura del maestro Alberto Manzi, forse conosciuto dai nostri nonni per aver istruito l’Italia intera quando ancora la Tv aveva una funzione sociale, e mi ha colpito il suo modo di ascoltare e valutare i ragazzi riassumibile nel giudizio che lui stesso metteva nelle pagelle scolastiche: “fa quel che può, quel che non può non fa”. Rivoluzionario questo messaggio, non tanto perché non dava voti sulla pagella, ma perché nell’epoca dei social “quel che non può non fa” non è accettato.

Dobbiamo apparire vincenti. Sempre e comunque. Sembra che essere semplicemente se stessi sia una sconfitta solo perché si può apparire differenti dagli altri. Ogni ragazzo ha le sue capacità e va messo nelle condizioni di potersi esprimere. Di Messi ne nasce uno ogni cento anni. Capita così che certi padri vengono a dirti dove e come far giocare il figlio; certe madri diventino allenatori di lungo corso e ne sappiano di vita sportiva. Guai “complicare” la vita del proprio figlio se sta in panchina o se l’allenamento è alle 15 piuttosto che alle 18. Ma per quello che ne sappiamo noi ai ragazzi stessi fa piacere essere messi in difficoltà, o messi nelle condizioni di trovare soluzioni per crescere. Ecco in questa stagione mi vorrei ripromettere di ascoltare i miei ragazzi e di metterli in difficoltà, così magari il mio difensore anziché stare  50 metri indietro fermo a guardare gli altri che giocano, avanza e prova pure a segnare, facendo quello che può.

Se poi prendiamo noi gol, pazienza, la colpa è del mister che si è preoccupato di più di ascoltare la voglia di divertirsi del suo difensore piuttosto che ascoltare quella voce che da fuori gli diceva “non capisci niente, cosi le perdiamo tutte”.

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