L’individualità dinanzi a Dio

Stampa articolo Stampa articolo

Vergogna, passione e rivelazione tra Genesi ed Esodo

Vergogna e colpa
(note su Genesi)

“I loro occhi si aprirono e si resero conto di essere nudi. Perciò intrecciarono foglie di fico intorno ai fianchi” (Genesi, 3,7).
La prima conseguenza della disubbidienza dell’uomo e della donna al Creatore – la prima conseguenza della colpa originaria – è la vergogna. Il pudore, che fa nascondere i genitali, è, a sua volta, la conseguenza della vergogna. Ciò ha indotto a pensare che il peccato dell’uomo e della donna sia un peccato carnale, ma la lettura del testo dimostra abbondantemente che ciò non ha senso. Innanzitutto Dio li crea “maschio e femmina” (1, 27); secondariamente li esorta più volte a “crescere e moltiplicarsi” (1, 28).
Sembra dunque esclusa – con buona pace dei sessuofobi – ogni interpretazione sessuale. Il peccato originale, la Colpa per eccellenza, e anche il paradigma della Colpa, riguarda piuttosto la conoscenza o ancora meglio l’arroganza della conoscenza, il desiderio di sapere tutto, di essere come Dio.

Il divieto
Tutto ha inizio con un divieto: un piccolo divieto, da un punto di vista quantitativo, ma un grande divieto nella sostanza; Dio ha concesso all’uomo tutti i frutti di tutti gli alberi del giardino dell’Eden tranne uno – però quell’uno infonde la conoscenza di tutto il bene e di tutto il male.
Il divieto, la proibizione, non è autoritaria, e cioè Dio non dice: “Non devi mangiare quel frutto”; dice invece: “Se ne mangerai sarai destinato a morire” (2, 16-17). La trasgressione, dunque, è legata, nelle parole di Dio, alla morte. Il serpente, però, che da lì a poco tenterà la donna, e cioè la spingerà alla disubbidienza, nega che la trasgressione porti con sé la morte. “Non è vero che morirete, – disse il serpente, – anzi Dio sa bene che se ne mangerete i vostri occhi si apriranno, diventerete come lui; avrete la conoscenza di tutto” (3, 4-5).
La menzogna del serpente ai danni dell’uomo e della donna non riguarda la conoscenza giacché il giudizio “diventerete come Dio” verrà confermato da Dio stesso (3, 22). La menzogna riguarda la morte.
Ma perché Dio non vuole che l’uomo e la donna mangino il frutto che infonde la conoscenza? E perché tale conoscenza è legata alla morte? Che senso ha, che cosa nasconde questo racconto?

L’individualità
C’è, a nostro parere, una sola possibile risposta: la conoscenza (quella che Dio proibisce, quella che vorrebbe risparmiare all’uomo e alla donna) è la consapevolezza dell’individualità; essa è fatalmente legata alla finitezza (cioè alla morte).
La prima conseguenza della Colpa – dicevamo – è la scoperta della nudità. Ed è proprio in seguito a tale scoperta da parte dell’uomo che Dio capisce che c’è stata la Colpa. Ma se l’uomo scopre di essere nudo egli è evidentemente uscito da una condizione animale o simile a quella animale per una condizione davvero umana. E infatti, da un certo punto di vista, la condizione animale, che ignora la vergogna come ignora la colpa, è una condizione privilegiata, una condizione “di grazia”, ma tale condizione si deve – almeno sembrerebbe – a una scarsa consapevolezza della propria individualità. L’animale, si dice, agisce per istinto e l’istinto “tira dritto” verso lo scopo senza tanti problemi, mentre l’intelligenza è costretta a interrogarsi sul modo migliore di agire. Ciò vale per la tecnica, ma non vale anche per la morale? E non nasce tutto dalla consapevolezza di sé che va oltre la consapevolezza di specie?

Continua a leggere tutto il saggio di Antonio Petrucci su La Libertà del 9 settembre

Pubblicato in Articoli, Società & Cultura