Siamo l’esercito… delle «C»!

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Da La Libertà del 2 settembre

“Siamo l’esercito dei selfie…” dice una canzone che sta accompagnando le nostre assolate giornate estive. Un po’ è vero. Ma non cediamo al rischio di categorizzare. I nostri ragazzi sanno anche essere “l’esercito delle C!”.

Andiamo con calma. Stiamo parlando del gruppo del triennio delle superiori. Per mille esigenze, quest’anno, abbiamo spezzato l’esperienza estiva in due parti: la prima settimana abbiamo fatto un campo di servizio nella nostra città, divisi in gruppi in varie comunità, e con la convivenza nella canonica di Coviolo. Gli ultimi quattro giorni invece siamo andati a Corniglia (Cinqueterre, Liguria) per un po’ di condivisione su quanto fatto e un po’ di sano relax.

Il difficile scopo di questo campo, un po’ singolare, è quello di imparare che è nell’amore che si fa servizio che di trova lo scopo per vivere. I ragazzi sono stati aiutati in ogni istante a capire che non erano indispensabili nelle quattro realtà dove sono stati chiamati per tutta la settimana a servire. Hanno imparato che la dura legge del “lasciare l’impronta” non è la cartina tornasole delle nostre azione. Hanno imparato che senza di loro il mondo va avanti, la carità sarebbe stata fatta comunque. Hanno imparato la fedeltà a ciò che gli veniva chiesto, con mille difficoltà annesse. Hanno imparato a farsi piccoli piccoli per stare accanto a sofferenze enormi (fisiche, psicologiche, economiche). Hanno capito che non si va alla Mensa Caritas (o altri suoi progetti), nelle case per anziani, alla Casa della Carità per aiutare, per dare il proprio contributo. Questo è vero e innegabile: ma ci si va per scoprire che nel servire si trova il proprio programma di vita, lo stile delle relazioni, il modo per prendersi più leggermente e per ridimensionare quelle che pensiamo essere le atrocità del destino.

La Carità insegna sempre a rileggersi, a trovare il proprio posto nel mondo. Hanno capito che imboccare un infermo, sanare la fame di un indigente, accompagnare la solitudine di un anziano dimenticato, dare la dignità del lavoro è un selfie che non ha “mi piace”, non trova spazio nei social perché è anzitutto un’opera silenziosa, nelle retrovie. Da qui la loro scelta autonoma e indipendente di portare un telefono per gruppo (usato solo per comunicare con gli educatori). Hanno cercato di capire cosa vuol dire “non sappia la tua sinistra cosa fa la tua destra” (cf. Mt 6,3). Hanno provato a mettersi a nudo, in silenzio, a rileggere ciò che facevano, scorgendo lati inediti di sé. Hanno imparato che hanno bisogno di un momento di conversione e non un album di esperienze. Serve che loro capiscano, e da qui il titolo del campo, che Cristo dice loro “ma Io ho scelto voi!” (e non mi sbaglio).

Hanno cercato di capire, a fatica, come la più grande C che le raggruppa tutte è la C di Cristo: Cristo nella preghiera, Cristo nell’amico, Cristo nella carne sofferente. Hanno scoperto che servire e farsi caritatevoli riempie più di mangiare una pizza con gli amici (Cit.).

Importante è capire che ci hanno provato! Il loro cuore e Dio sanno se ci sono riusciti. Fidiamoci di loro e accompagniamoli in questa meravigliosa scoperta. Soprattutto: preghiamo per loro e chiediamo loro di raccontarci cosa in loro è cambiato e cosa hanno deciso di portare dallo straordinario nel loro ordinario.

Andrea, Giulia, Grazia, Sara

 

Pubblicato in Articoli, Vita diocesana