La Leica nello zaino di Chatwin

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Lo scorso lunedì 17 luglio il quotidiano Repubblica ha pubblicato un articolo, a firma Michele Smargiassi, in cui si racconta di come lo scrittore, viaggiatore, esploratore ecc. ecc. Bruce Chatwin nei suoi viaggi portava con sé, dentro il suo celebrato zaino di cuoio, l’altrettanto celebrato notes Moleskine ed una piccola Leica, con la quale ha scattato, almeno così ci sta scritto, oltre 3.000 fotografie durante le sue tante peregrinazioni intorno al mondo.

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Bruce Chatwin © foto Lord Snowdon, 1982

L’occasione è stata l’inaugurazione della mostra fotografica ‘Bruce Cathwin – Il viaggio continua’, organizzata dal Comune di Castelnuovo Magra nelle sale della Torre del Castello dei Vescovi di Luni, mostra che presenta 40 immagini realizzate dallo scrittore. Rimarrà aperta fino all’8 ottobre di quest’anno se volete farvi una scampagnata al mare ed andarvela a vedere. (foto 02 – 03)

Foto-02---Africa-Occidentale

Africa Occidentale

Foto-03---Corriera-in-Afghanistan

Corriera in Afghanistan

Ora non voglio parlare delle fotografie, non ho visto la mostra e non posso farlo, ma del fatto che una persona, andandosene in giro per il mondo negli anni ’70, scatti delle fotografie e che questo diventi una notizia per solo fatto che chi le ha prodotte sia poi diventato quello che è diventato. L’articolo, infatti, non si sofferma sulla bellezza e sulla importanza degli scatti, ma proprio sul fatto che li abbia realizzati.

Bruce Chatwin, Sheffield, 1940 – Nizza, 1989, compie le sue esplorazioni negli anni, basta fare due conti con le date, ben successivi alla seconda guerra mondiale, cioè quando il viaggiare era diventato cosa abbastanza comune e non proprio un’avventura, come invece succedeva ad esempio al tempo del Grand Tour nell’ottocento e chi partiva aveva con sé, in valigia o addirittura al collo, una macchina fotografica corredata da non so quanti rullini. Ancora più normale è il portarsela a dietro per uno scrittore come lui che, oltre a prendere appunti sul suo notes leggendario, avrebbe ricordato meglio e più esattamente le cose che gli erano passate davanti agli occhi. Infine che poi uno scrittore usi la fotografia per il suo mestiere non è cosa tanto inusuale; lo aveva fatto Jack London quando si è calato nei panni di un barbone nel suo reportage nell’Est End di Londra e anche George Simenon nei viaggi in barca intorno al mondo, solo per citarne qualcuno.

Lo scrittore passò sei mesi in Patagonia e al ritorno scrisse un volume con lo stesso titolo che divenne presto un culto, quasi un sinonimo del ‘viaggio’, per le giovani generazioni che allora si nutrivano dei due ‘Tropici’ di Henry Miller e delle peregrinazioni ’Sulla strada’ del romanzo di Kerouak. Chatwin non usò molto le fotografie che scattava, infatti fu molto criticato per usare troppo la fantasia nel raccontare le persone, i posti e i fatti che gli erano capitati a tiro. È cosa nota che i giornalisti, il nostro amico fu assunto nel 1973 dal Sunday Times Magazine, a volte si inventano cose e circostanze, nel mio mestiere mi è capitato di constatarlo non molte volte, ma alcune sì. Ai tempi della guerra che seguì al crollo della Yugoslavia di Tito, andammo nella appena nata Slovenia per realizzare un servizio sui profughi che arrivavano dalle zone di guerra. Capitammo in un gruppo di baite al limite di una foresta di abeti, dove venivano ospitate molte donne con i loro bambini. Le baite vennero immediatamente definite, dai giornalisti che erano con me, le case delle vedove e degli orfani, sottintendendo che mariti e padri, visto che erano al fronte, fossero necessariamente tutti morti. Beh, fotografai un ragazzo giovane che preparava una zuppa rimescolando il tutto in un grande pentolone, unico particolare i pantaloni mimetici e una maglietta verde oliva. Nel pezzo che uscì sul settimanale ‘Oggi’ a firma A. B., inviato del giornale, ne saltò fuori che al ragazzo gli avevano ammazzato il padre e che lui aveva atteso su un albero, con un fucile a tracolla e per diversi giorni, gli assassini riuscendo a farsi giustizia da solo. Va detto che loro parlavano forestiero e noi tutti non capivamo una parola di quello che dicevano, ma del resto il settimanale ‘Oggi’ in Slovenia non ci sarebbe mai arrivato.

Un’altra cosa che mi ha fatto sorridere è che io non ho mai amato il suo più celebrato romanzo ‘In Patagonia’, forse proprio perché, avendoci lavorato parecchio, diffido dei giornalisti. Me lo regalò per Natale diversi anni fa mio figlio Giovanni e la sua lettura non mi lasciò affatto entusiasta, tanto che il Natale successivo gli regalai, dello stesso autore, ’Ritorno in Patagonia’, su cui scrissi la dedica: “Chi la fa l’aspetti!”. 

Per commentare la rubrica scrivi a giuseppemariacodazzi@laliberta.info

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