Ritorno sull’Isola Rossa

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Giorgio Predieri è missionario laico in Madagascar dal 1972

Tuttofare con lo spirito delle «Case» nel cuore
Ha lasciato da pochi giorni l’Italia per fare ancora una volta ritorno nel luogo in cui vive stabilmente da 45 anni. Giorgio Predieri era appena 23enne in quel 1972 che suona ormai così remoto – oggi è sulla soglia dei sessantotto anni -, quando monsignor Prandi, che aveva conosciuto di persona solamente tre mesi prima alla Casa della Carità di Cavriago, sua parrocchia d’origine, gli propose di salire su un aereo diretto in Madagascar, destinazione Ampasimanjeva, sud-est dell’Isola Rossa. Il fatto che sarebbe diventato a tutti gli effetti un missionario laico probabilmente l’ha capito soltanto più tardi. “Don Mario”, racconta Giorgio seduto a un tavolino di uno dei bar che si affacciano su piazza Duomo a Reggio, mentre lascia fluire i ricordi, “era ‘spiccio’, uno che andava subito al sodo, che non perdeva tempo”. Chissà, forse guardando negli occhi quel ragazzo volenteroso avrà avuto un’intuizione, avrà visto in lui qualcosa di speciale.
Certamente, non avrà avuto un ruolo secondario nella “individuazione”, oltre alla spiritualità che stava coltivando, la sua forte predisposizione per i lavori manuali e la sua abilità di riparatore, di aggiustatutto.

“Sta di fatto”, continua Predieri, “che, mentre don Mario cercava di figurarsi il tipo di attività che mi avrebbe tenuto impegnato laggiù in Africa, mi anticipò che avrei dovuto prevalentemente ‘dare una mano’ nella manutenzione di una struttura sanitaria nel distretto di Manakara”.
Era arrivata infatti, dal vescovo dell’arcidiocesi di Fianarantsoa, una richiesta d’aiuto per collaborare nella gestione di un Ospedale, assicurando continuità a un tipo di servizio davvero irrinunciabile in un’area pressoché desertica qual era quella, specie allora. Il nosocomio era stato fondato da alcuni cattolici tedeschi anni addietro, e ora si trattava di portare avanti il tutto, oneri (soprattutto) ed onori annessi.
Giorgio, semplicemente, si fidò.

Continua a leggere il testo integrale dell’articolo di Matteo Gelmini su La Libertà del 5 agosto

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