Dibattito sul testamento biologico: è una questione di vita o di morte?

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A Sassuolo Massimo Gandolfini e Simone Pillon

Martedì 20 giugno, presso l’Aula Magna dell’Itis “Volta” di Sassuolo, circa centocinquanta persone hanno ascoltato l’avvocato Simone Pillon e il neurochirurgo e bioeticista Massimo Gandolfini parlare di un tema scottante attualità, quello del cosiddetto testamento biologico, al centro il testo di legge numero 2801/2017 “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento”, che dopo aver ottenuto una prima approvazione alla Camera è attualmente in corso di esame al Senato.
Tema delicato dal punto di vista etico e politico, come dimostra il fatto che pur trattandosi di un’iniziativa pubblica di informazione evidentemente ritenuta importante dalla cittadinanza che ha partecipato in maniera massiccia nonostante il caldo e la data a ridosso delle ferie, il Comune di Sassuolo ha ritenuto opportuno negare il proprio patrocinio gratuito all’iniziativa, per altro sostenuta da numerose associazioni locali e provinciali e dal Vicariato di Sassuolo.

La statura dei due relatori non lasciava dubbi sul fatto che l’argomento sarebbe stato trattato con competenza, sensibilità ed obiettività scientifica. Lo stesso professor Gandolfini è stato audito presso la Commissione Igiene e Sanità del Senato lo scorso 12 giugno proprio in merito a questo disegno di legge. I relatori con grande delicatezza hanno affrontato le questioni della “buona morte” e della sofferenza così come il disegno di legge le propone, precisando fin dall’inizio che questa proposta non è una blanda disciplina sul fine vita, come media e partiti proponenti vogliono fare credere, ma introduce decisamente nel nostro ordinamento il concetto di eutanasia.
Il diritto fino ad oggi ha sempre riconosciuto l’indisponibilità del bene vita. Cosa vuol dire che la vita è “inviolabile” (come recita l’articolo 2 della Costituzione) e quindi “indisponibile”? Significa che la vita non può esser validamente venduta, alienata, ceduta. Significa che il bene vita è inviolabile da parte di terzi. Il nostro diritto penale, infatti, punisce severamente l’omicidio, prevedendo una pena non inferiore ad anni 21.
Ma il bene vita è inviolabile anche da chi lo detiene: il nostro stesso diritto penale, infatti, riconosce come reato anche l’omicidio del consenziente, punendolo con la pena della reclusione da 6 a 15 anni, e l’istigazione e aiuto al suicidio (carcere da 5 a 12 anni). La volontà del titolare di rinunciare alla propria vita o di togliersi la vita, infatti, non esclude la responsabilità di chi lo asseconda, uccidendolo o aiutandolo a uccidersi.

Leggi tutto l’articolo su La Libertà dell’8 luglio

Pillon-(sx)-e-Gandolfini-(dx)

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