Un antidoto alla standardizzazione creativa

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Paolo Gianolio, reggiano, chitarrista di Baglioni (e altri), presenta il cd «Euritmia»

Per un professionista delle sette note che ha speso gran parte della sua attività al servizio dell’altrui musica, è un salto ulteriore non indifferente quello di rimettersi in gioco proponendo composizioni personali e inedite. Paolo Gianolio questo coraggio l’ha avuto (“…Ma era anche un’esigenza cresciuta dentro di me col tempo, che sentivo di dover assecondare… e poi, a me piace avventurarmi in sempre nuovi territori sonori…”), osando intraprendere in età matura una strada che, per il tipo di proposta (un sound ricercato, frutto di studio, tecnica, bagaglio esperienziale acquisito ed impegno), sapeva bene lo avrebbe portato lontano dai vasti bacini d’utenza e dai numeri d’ascolto – quelli con cifre a tanti zeri – cui s’era abituato negli ultimi tre decenni, comunque riconducendolo su circuiti più ristretti e in un certo senso “a misura d’uomo”.
Sperimentare, del resto, fa parte della sua indole: c’è dentro quel pizzico di sana curiosità creativa di cui ogni vero artista ha bisogno (e ogni vero artista non si sente mai arrivato); e se c’è qualcuno che può dire di aver conosciuto da vicino tanto le major (le case discografiche più importanti e influenti a livello nazionale e non solo) quanto le cosiddette etichette “indipendenti”, questi è proprio Gianolio, forte di una scelta duplice, che viaggia su binari paralleli che scorrono a velocità differenti.
Oggi “Euritmia” (Videoradio edizioni; su tutte le piattaforme digitali), terzo capitolo di un progetto da solista cominciato nel 2010 con “Pane e nuvole”, in fondo lo sta facendo riandare ai tempi in cui, giovanissimo, era un talentuoso ma sconosciuto chitarrista di una città di provincia che provava a farsi largo in quel mondo facendo uscire vibrazioni positive dalle corde del suo strumento, la sera, nei locali emiliani; poco prima che un certo Claudio Baglioni se ne accorgesse e lo arruolasse in pianta stabile nel suo staff (per poi non lasciarlo più – correva il 1985, erano i tempi del tour di “La vita è adesso”).
Incontriamo Paolo, che si dimostra da subito estremamente cordiale e alla mano, in un caffè del centro di Reggio Emilia, sua città natale, di cui però si dichiara “colpevolmente ignorante”…
Paolo, ti reputi un reggiano doc?
Assolutamente sì, “testa quadra”… fino al midollo (ride)… Anche se sono davvero poco pratico di vie e viuzze della “vecchia Reggio”… La sto scoprendo pian piano, soprattutto in questi anni, sfruttando le pause dalle tournée, che chiaramente mi impegnano assai altrove. A mia parziale discolpa posso dire di essere discreto conoscitore del nostro Appennino: mi appassiona avventurarmi nel verde tra sentieri e itinerari, percorrere le nostre colline e montagne. Per me è anche fonte d’ispirazione.

Continua a leggere tutta l’intervista di Matteo Gelmini a Paolo Gianolio su La Libertà del 1°luglio

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