Il mondo capovolto

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Di recente, durante il nostro (sempre più lungo) rito serale della buonanotte con i due maschietti, Riccardo se ne è uscito con una domanda del tipo “Ma come facciamo noi a svegliarci la mattina?”. Agostino ha provato a suggerire che “usiamo la sveglia o ci chiama la mamma o il papà o ci sveglia la Teresa perché piange”. Il grande però insisteva: “Ma no! Voglio sapere come mai quando comincia un altro giorno anche noi ricominciamo, anziché continuare a dormire per sempre”. Agostino a quel punto si è illuminato: “È facile, ci sveglia Dio!”. Dopodiché ha preso avvio una disquisizione teologica a due voci sul fatto che sì, ci sveglia Dio, comunque valgono anche le mamme, i papà e le sorelline urlanti perché li ha fatti Dio, e persino le sveglie perché sono fatte da uomini che sono fatti da Dio (uso spericolato della proprietà transitiva).

Mi intenerisce l’immediatezza, non priva di ingenuità, con cui questi miei nanerottoli mettono a posto le cose e trovano spiegazioni. Non mi sento però di minimizzarne le intuizioni, la facilità nell’andare a quello che in fin dei conti è l’essenziale. Viviamo in tempi strani, nei quali – attraverso le armi suadenti e anestetizzate della tecnica, o in nome di una irriconoscibile, sfigurata “pietà” e di una non meglio precisata “qualità della vita” – è sempre più facile che qualcuno si arroghi il diritto di decidere chi deve vivere e chi deve morire, e quando. Eppure hanno ragione i miei due teologi della domenica: a ben guardare nessuno di noi (poco importa che si tratti di un politico, di un medico, un giudice o un uomo qualunque) ha il potere di svegliarsi da sé la mattina. Ogni nuovo giorno è letteralmente un avvenimento, qualcosa che ci accade: che ci restituisce tutto intero il mondo e contemporaneamente ci restituisce la nostra stessa vita, senza che possiamo far nulla da noi stessi perché ciò succeda.

In una parola, siamo dipendenti. Tutti. Senza eccezione.

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Lo capiremmo se ci prendessimo la briga ogni tanto, come Chesterton suggerisce nel suo splendido San Francesco d’Assisi, di guardare il mondo capovolto, alla rovescia: case, alberi, strade ci apparirebbero improvvisamente appesi all’ingiù, come li vediamo quando si rispecchiano in una pozza d’acqua. Non a caso “il termine «dipendente» propriamente significa «appeso»”, e il semplice ricordarsene “darebbe vita al testo delle Scritture in cui si dice che Dio ha appeso il mondo sul nulla”. Al nostro sguardo abitudinario e distratto, qualsiasi cosa – qualsiasi vita – appare tanto più stabile ed indistruttibile quanto più è massiccia, imponente, indipendente e auto-fondata. Ma proprio qui sta il punto: se provassimo per un solo istante a rovesciarla, ci accorgeremmo che “nel momento in cui la si capovolge il suo peso stesso la farebbe sembrare più indifesa e più esposta al pericolo”. Ogni realtà, quella più possente come quella più umile, sta in bilico: sospesa sull’abisso, al confine con il non essere. Esattamente come ciascuno di noi: forti o deboli, sani o malati, giovani o vecchi. L’incomprensibile amore del nulla dei nostri giorni è lo specchio di una ribellione contro la nostra dipendenza; lo è questa strana preferenza per la morte, che ci spinge  a ritenere migliore il non vivere piuttosto che una vita priva di determinate caratteristiche, o che ci sussurra che è meglio stabilire noi il momento e la modalità della nostra dipartita dal mondo. Quasi un tentativo spasmodico di dettare noi le regole, di rimuovere il dramma della nostra non-autosufficienza nell’illusione che possa essere nostra l’ultima parola sul principio e sulla fine delle cose.

Davvero ci occorre ribaltare la prospettiva, letteralmente capovolgere il nostro punto di osservazione: fossimo anche costretti a metterci a testa in giù. Forse è proprio in questo modo, ipotizza Chesterton, che San Francesco guardava la sua Assisi. E se l’avesse vista così non l’avrebbe amata di meno, ma “l’essenza del suo amore sarebbe stata diversa. Avrebbe potuto vedere  e amare ogni tegola dei tetti spioventi e ogni uccello posato sui bastioni, ma li avrebbe visti in una prospettiva nuova e soprannaturale di costante pericolo e dipendenza. Invece di essere semplicemente fiero della sua città perché forte e salda, avrebbe ringraziato Dio onnipotente perché non lasciava cadere l’intero cosmo come un vaso di cristallo che si infrangesse in una miriade di stelle cadenti. Forse è così che san Pietro aveva visto il mondo quando fu crocifisso a testa in giù”.

Riconoscerci sospesi, dipendenti, sempre appesi a un filo di cui non possediamo il capo: è la scommessa della vita, che fa tutt’uno con la possibilità di riconoscere quel misterioso regalo; quell’atto d’amore infinito e continuamente rinnovato che ci impedisce di cadere, trattenendoci nell’essere. Lo presagiva anche l’inquieto poeta austriaco Rainer Maria Rilke, nei versi struggenti della sua Autunno: “Le foglie cadono da lontano, quasi/ giardini remoti sfiorissero nei cieli;/ con un gesto che nega cadono le foglie./ Ed ogni notte pesante la terra/ cade dagli astri nella solitudine./ Tutti cadiamo. Cade questa mano,/ e così ogni altra mano che tu vedi./ Ma tutte queste cose che cadono, Qualcuno/ con dolcezza infinita le tiene nella mano”.

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