Il tesoro nascosto

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In te c’è più di buono di quanto tu non sappia, figlio delle miti terre d’Occidente”. Così, al termine de Lo Hobbit, il re dei Nani Thorin Scudodiquercia si congeda sul letto di morte dall’amico Bilbo Baggins. Ogni tanto con Riccardo e Agostino riprendiamo insieme alcuni passaggi del libro e questo è uno dei loro preferiti fin dalla prima lettura, fin da quando avevamo provato a capire assieme il significato di quella frase sull’onda delle loro domande: “Mamma, cosa vuol dire? Come fa Thorin a sapere cosa c’è dentro Bilbo se non lo sa neanche lui?”.

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Questa è “la” domanda della vita.

Quasi per caso, mentre raduno materiali per aiutare una studentessa alle prese con la tesina d’esame, lo stesso tipo di interrogativo mi si ripresenta dalle pagine di uno dei più bei racconti di Guareschi, Paesaggio e figura. Don Camillo è alle prese col restauro dell’affresco dedicato alla Madonna del Fiume. La soluzione al problema si presenta nelle vesti di un giovane pittore squattrinato, da poco giunto al paese: in cambio di vitto e alloggio in canonica se ne occuperà lui. Il giovanotto inizia a percorrere il contado in bicicletta ogni giorno, alla ricerca di un volto che gli fornisca l’ispirazione. Dopo due settimane, ancora in alto mare e ormai sconfortato per l’ennesima infruttuosa spedizione, si ferma in una remota frazioncina all’osteria del Fagiano e contempla sbalordito la ragazza intenta a servirgli il pranzo: eccola, l’ispirazione! Col permesso di lei (non privo di compatimento), il nostro inizia a realizzare diversi bozzetti presentandosi anche nei giorni successivi all’osteria. Finalmente si mette all’opera nella cappellina, finché, terminato il lavoro, lo mostra a don Camillo. “Era una cosa stupenda e don Camillo rimase a bocca aperta davanti a quell’apparizione. Poi, a un tratto, sentì come una mano attanagliargli il cuore e la fronte gli si coperse di sudore. E un urlo gli sfuggì, pieno di angoscia: «La Celestina!». Il giovanotto lo guardò stupito. «Che Celestina?». «Quella è la Celestina, la figlia della padrona del Fagiano!».

Don Camillo copre immediatamente l’affresco con un telo spiegando al giovane stupito che la Celestina del Fagiano “è la più sfegatata delle comuniste della zona”, “una donna che quando si mette a dir parolacce fa arrossire persino i carrettieri”, e che “fare una Madonna con la faccia della Celestina del Fagiano sarebbe come fare Gesù Cristo con la faccia di Stalin”. Il giovanotto replica che “non mi sono ispirato alla fede politica di quella ragazza, io mi sono ispirato al suo viso. Il viso è bellissimo e la bellezza non gliel’ha regalata il partito ma Dio”. Niente da fare: don Camillo è fuori di sé per quello che considera quasi un sacrilegio e il pittore promette che rifarà tutto da capo. Il problema è  che l’affresco “piaceva da pazzi al povero don Camillo. Per lui quel dipinto era un capolavoro. Era la cosa più bella che avesse mai visto. D’altra parte come poteva tollerare che la dannata Celestina si mostrasse dall’altare sotto le vesti della Madonna?”. Per decidere il da farsi viene convocata una commissione di pochi fidatissimi e inevitabilmente la voce dell’accaduto si sparge.

Così una sera si presenta in chiesa la Celestina in persona, schiumante di rabbia. “«Voglio vederla!», esclamò la ragazza, «E voglio che le cancelliate subito la mia faccia, in mia presenza». Don Camillo guardò quel viso deturpato dalla collera: pensò al dolce viso della Madonna del Fiume e disse: «Non è la vostra faccia. Potete controllare». […] La Celestina  rimase immobile a contemplare l’affresco ed ecco qualcosa di inaspettato, di straordinario. Ecco il viso della Celestina distendersi poco a poco, ecco gli occhi spiritati diventare via via sempre più dolci, sempre più sereni. Ecco sparire dal viso della Celestina ogni volgarità, ecco quel viso diventare sempre più uguale al viso dell’immagine. […] Ci fu qualche istante di silenzio, poi si udì la voce sommessa della Celestina: «Com’è bella!…». La Celestina non si stancava di guardare l’immagine: e ad un tratto si volse verso don Camillo: «Non cancellatela, per favore!», implorò con voce piena d’angoscia, «aspettate!». Quindi si inginocchiò davanti alla Madonna del Fiume e si segnò”.

A Don Camillo esterrefatto non resta che ricoprire l’immagine, mentre una Celestina singhiozzante scappa fuori di chiesa. Il giorno dopo il pittore si reca al Fagiano: Celestina ha di nuovo il viso dolce del ritratto, e ripetendo che quella Madonna è troppo bella per cancellarla ne approfitta per comunicare al pittore che “io non la sono più, scomunicata: stamattina ho già fatto quel che dovevo fare”. Così, quando un mese dopo i due giovani si sposano, finalmente l’affresco della Madonna del Fiume viene scoperto ed offerto allo sguardo di tutti. E non senza malizia il narratore ci mette a parte dei commenti della gente: “Figurati! Le piacerebbe alla Celestina essere bella come quella pittura! Non le somiglia neanche lontanamente”.

Chesterton probabilmente commenterebbe che Thorin Scudodiquercia e il pittore di Guareschi conoscono bene la lezione de La Bella e la Bestia: una cosa deve essere amata prima di essere amabile. Tutto si gioca in questo misterioso paradosso. La sovrabbondanza che palpita in ciascuno, mistero ai nostri stessi occhi, chiede di essere accesa da uno sguardo carico di amorevole speranza per manifestarsi; reciprocamente, ognuno di noi ha su chi gli è più vicino il potere di inchiodarlo a quel che già sa e vede di lui, o di farne fiorire e risplendere la bellezza nascosta. Lo sa bene un genitore, un innamorato, un amico; ma anche un insegnante, un educatore, un medico, un allenatore. Non saranno istruzioni per l’uso e protocolli ad offrirci salvezza per noi stessi e per gli altri, ma il riconoscimento reciprocamente consegnato – anche attraverso la fatica, il dolore, la non addomesticabilità di relazioni vere – di ciò che già è. In te c’è più di quanto tu creda, un tesoro è nel tuo cuore: e buona è la tua vita.

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Pubblicato in Il tutto nel frammento