Aspettative

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Maggio è tempo di tornei, occasioni per raccogliere i frutti di quello che si è seminato durante la stagione. È in questa fase che si vede se una squadra ha recepito i tuoi insegnamenti. Torneo significa spesso giocare in notturna, un po’ come i calciatori veri, ma soprattutto significa giocare partite da dentro o fuori e toccare le sensazioni dei giocatori è un’esperienza bellissima. Capita così di assistere all’eccitazione dei Piccoli Amici 2009: la loro carica e il loro entusiasmo ti travolgono.

Altre emozioni sono invece quelle vissute dai Giovanissimi: si inizia a sentire profumo di calcio dei grandi. La tensione è visibilmente palpabile e bisogna essere bravi mediatori tra il mantenere l’attenzione e la concentrazione senza sfociare in un’eccessiva preoccupazione. Spesso vedendo alcuni volti troppo tirati dico ai miei ragazzi che non stanno andando al patibolo ma che stanno facendo la cosa più bella del mondo: troppe aspettative creano troppa tensione e di conseguenza si rischia la paralisi.

Per chi fa il mio mestiere è normale avere delle aspettative, che nulla hanno a che fare con il risultato di una partita. Le mie sono quelle di vedere miglioramenti e soprattutto di vedere la crescita del ragazzo. Se noto un cambiamento in positivo posso ritenermi soddisfatto. Ho molte aspettative su me stesso e per quello che faccio per loro: ai miei bimbi e ragazzi voglio garantire il meglio anche se so che ciò che insegno io non gli basterà. Ho invece imparato ad avere poche aspettative nella vita fuori dal campo: molte persone davanti a responsabilità o “aspettative” preferiscono scappare. Al solito, guardare solo a se stessi è la via più facile e sicura.  Dover rendere conto a qualcuno si trasforma in un’ insostenibile aspettativa e non in una accattivante sfida verso la felicità. Credo che le aspettative diventino dannose quando si concentrano solo sul risultato finale.

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Poco tempo fa mi è capitato di assistere a un torneo di Esordienti 2005 e dopo una sconfitta vedere i giocatori piangere. La prima cosa che uno può pensare è che un ragazzino piange perché ci tiene al punto che arrivano le lacrime. Ho imparato nel corso degli anni a distinguere le lacrime di tristezza da quelle dovute alla tensione. Avere un gruppo di genitori che tifa, che incita, che sostiene e che segue la squadra diventa un valore aggiunto quando il tifo non sfocia nell’esasperazione da curva. Se da fuori si dà importanza solo al risultato, o si enfatizza l’errore si creano aspettative che rischiano di far disinnamorare il ragazzo per questo gioco.

Non è ammissibile che un ragazzino di 12 anni pianga perché non è riuscito a fare gol o perché la squadra ha perso. Ad ogni età giocare a calcio ha un solo significato: divertirsi.

Per non parlare di chi crea aspettative nel figlio credendo di avere in casa un piccolo Maradona: il più grande errore che si possa fare è instillare nei ragazzi convinzioni che di fronte alla prime difficoltà minano le loro certezze. Se convinco un ragazzo che è un fenomeno, al primo errore si sente meno bravo, al secondo perde l’entusiasmo e al terzo smette di giocare. Se invece lo riesco a stuzzicare,  invitandolo a non accontentarsi, a migliore continuamente prendendo coscienza di sé e delle sue capacità, allora sono sicuro di aiutarlo a crescere.

Concludo con una bella citazione che dovrebbe ispirare un po’ tutto il movimento del calcio giovanile e che ho sentito dire da un giovane collega: “Noi non perdiamo mai le partite. O le vinciamo oppure impariamo dagli altri”.

Estenderei questo motto anche nella vita di tutti i giorni, a quella partita chiamata vita: quante aspettative abbiamo sul lavoro, nella vita di coppia, con gli amici.. senza accorgerci che potremmo vivere senza tante pressioni o preoccupazioni. A volte basterebbe accorgersi e dare più importanza a chi ci sta attorno, imparando per migliorarci.

Ed è l’aspettativa migliore che si possa avere.

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