Chi può dirci chi siamo?

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Chiacchierando con un’amica accade di ragionare sull’ansia da prestazione e la crescente competitività sempre più capillarmente diffuse anche tra i giovanissimi, in un mondo nel quale l’efficienza e le capacità personali sono concepite secondo un criterio meccanico e quantitativo. Dinamiche che a me, ancora a casa per la recente maternità, appaiono in questo momento abbastanza lontane e ben poco desiderabili: tanto che a tratti mi sembra di vivere in una realtà parallela. Rimuginando sulla conversazione mi rendo conto che nessuno si fa veramente da sé, nessuno può vivere come monade isolata. Ci sentiamo sempre – ciascuno di noi – bisognosi dello sguardo altrui, che ci confermi nella nostra identità e nel nostro valore. E proprio qui sta il problema: a quale tipo di sguardo permettiamo di definirci?

Nel 1956 il filosofo tedesco Günther Anders dava alle stampe il primo volume di un’opera dall’emblematico titolo L’uomo è antiquato. Nel mondo scaturito dal secondo dopoguerra, a suo parere, la tecnologia non può più esser considerata un semplice strumento a disposizione dell’uomo, ma si configura come ambiente, humus della nostra vita. I prodotti della tecnoscienza si caratterizzano per l’essere proiettati nel futuro, sempre un passo oltre la capacità di dominio dell’uomo (il quale, viceversa, è limitato spazialmente e temporalmente). Ci troviamo così sopravanzati dai congegni che noi stessi abbiamo elaborato, aggirandoci tra questi “come sconvolti animali preistorici”. Questo dislivello tra noi e l’ambiente tecnologico nel quale ci muoviamo genera così un curioso rovesciamento. La tecnologia era originariamente nata come espressione del nostro lógos e come prolungamento dei nostri sensi, al fine di compensarne le carenze, consentendoci una migliore integrazione nell’ambiente. Nel nostro tempo essa è invece divenuta il criterio a partire dal quale ci giudichiamo, ci comprendiamo e ci rappresentiamo a noi stessi. La macchina non è più un utensile o un prolungamento dell’umano, ma costituisce il modello al quale l’umano deve adeguarsi e a partire dal quale è valutato: la macchina diventa la chiave di comprensione della nostra umanità.

La questione è stata originalmente riproposta nel 1999 dal cult-movie Matrix. L’inquieto protagonista Neo avverte confusamente che c’è “qualcosa che non quadra nel mondo”, fino alla sconvolgente scoperta: l’intero genere umano è da generazioni asservito alle macchine, che producono esse stesse gli uomini in laboratorio per sfruttarne l’energia biochimica, mantenendoli per tutta la vita in un sonno profondo all’interno di bozzoli bio-meccanici. Il cervello di ogni individuo è connesso a Matrix, programma capace di creare una simulazione informatica che imprigiona le menti degli uomini. Il “mondo reale” nel quale ciascuno è convinto di muoversi – colori, sapori e suoni, cielo e prati, persino l’aspetto del proprio corpo e di quello altrui – è pura illusione. Nemmeno le singole storie di vita hanno consistenza a prescindere dalle macchine: sono  “trame” scritte da Matrix stesso. In un passaggio cruciale Neo, ancora sconvolto per la rivelazione ricevuta, si chiede: “Ho tanti ricordi della mia vita. E nessuno è autentico. Che significa?”. “Significa che Matrix non è in grado di dirti chi sei”, è la risposta della sua compagna di viaggio Trinity.

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Eccolo, il cuore del dramma: mendicanti di una parola sul nostro destino, in continua ricerca di qualcuno che possa dirci chi siamo, finiamo per cedere il compito alle nostre creazioni, alle produzioni del nostro ingegno, alle nostre prestazioni. Misuriamo il nostro valore sul nostro successo, sulla nostra efficienza: tanto che il nostro stesso corpo diventa meccanismo su cui esercitare una continua manutenzione e manipolazione. Ma la domanda, prepotente, riaffiora. Chi può dirci chi siamo, chi ci svelerà a noi stessi?

Immersa in questi pensieri riprendo, come spesso faccio prima della Pasqua, un meraviglioso racconto di Elena Bono, La moglie del procuratore, dedicato a Claudia Procula (la sposa di Ponzio Pilato). In un serrato dialogo tra Claudia e il centurione che ha presieduto all’esecuzione sul Calvario, quest’ultimo confessa tutta la propria vergogna; non solo per l’aver eseguito ordini che gli imponevano di mettere a morte una persona dichiarata innocente, ma anche per la propria vigliaccheria: “«Mi fu consegnato da flagellare […] e scendemmo insieme la scalinata. Era un uomo alto e grande, ma non faceva nessuna resistenza. Veniva giù con me, come di sua volontà. Lo consegnai a un decurione e io, che non sono fuggito mai in vita mia, quella volta fuggii come un vigliacco per non vederlo flagellare; mentre se c’ero, non lo riducevano a quel modo, che pareva una fontana di sangue…»”. Sempre più angosciato, il centurione prosegue: “«Ho visto morire molti uomini, signora, […] e nessuno ha detto mai quello che ha detto lui. Solo Dio può perdonarci tutti e solo il figlio di Dio poteva domandarglielo». Gli ribattei che era un controsenso essere figlio di Dio e morire… su una croce per di più, al modo degli schiavi, come un vinto. «Le cose non stanno così, signora», mi disse, «io chiamo vinto uno che non ce l’ha fatta ad arrivare dove voleva. Ma lui è arrivato». «A una croce, centurione?». «Lo hai detto, signora. E per lui non era solo questione di vincere la paura che abbiamo tutti… tutti quelli che siamo di carne… a patire e a morire; ma specialmente la sua potenza di Dio, doveva vincere. Glielo gridavano tutti i vigliacchi di Gerusalemme sotto la croce: se sei Dio, scendi. Lui la sera prima aveva fatto sbattere i nostri a faccia a terra, quando erano andati per arrestarlo. Gli ci voleva meno a fulminarci quanti eravamo, signora, che a sopportare e a morire. […] Siamo cattivi, signora, lo vedevo io nelle caserme: o bestie o poltroni […] Nessuno al mondo poteva mettersi tutto sulle spalle. Solo lui […]; ha aspettato di essere al colmo del patire, per fare lo scambio, e il Padre riprenderselo come noi glielo avevamo ridotto, tutto sangue, e lui strappargli il suo compenso. E il primo che s’è guadagnato così, è stato un ladro, appeso vicino a lui […]. Pur vero che, con tutto che era un ladro e che lo vedeva morire come lui su un trave, è stato il primo a capire che quello era figlio di Re e da dove veniva e dove tornava. Quando morirò, signora, voglio dirgli anch’io così che si ricordi di me, del centurione che stava sotto la croce…»”.

È questa la pretesa inaudita del tempo pasquale che viviamo: l’unico sguardo capace di definirci è quello del Crocifisso, l’unica verità sulla nostra vita è che ciascuno di noi vale la vita di Dio. È sua la voce che chiama, da dentro le circostanze della nostra vita.

Come sarebbe raccogliere la sfida e poter incrociare davvero, anche solo per un attimo, quello sguardo? Come sarebbe scoprire il nostro destino da risorti nello sfolgorio della Sua resurrezione, e andargli dietro cantando?

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