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Dialogo col cardinale Ruini

Completiamo la pubblicazione (iniziata nel numero scorso) dell’intervista di Edoardo Tincani al cardinale Camillo Ruini sui temi del suo libro “C’è un dopo? La morte e la speranza”.

Un altro tema divisivo è quello dell’Inferno, o della morte eterna. La grande (e giusta, peraltro) insistenza sulla misericordia di Dio non rischia di mandare questa dimensione nella soffitta dell’immaginario collettivo? Hanno ragione secondo lei quei teologi che sostengono che l’Inferno esiste, ma è vuoto?

Quella sull’Inferno è la domanda di per sé più grave ed esistenzialmente coinvolgente per coloro che sperano nella salvezza eterna, e per molti secoli anche di fatto è stato così. Oggi però questa domanda è quasi scomparsa dall’immaginario religioso dell’Occidente secolarizzato: Dio sarebbe troppo buono e misericordioso per permettere che qualcuno si danni, mentre l’uomo non sarebbe abbastanza libero e responsabile per poter meritare una pena eterna.
Per orientarci chiariamo anzitutto che il principale testimone dell’Inferno è Gesù di Nazaret. Nei Vangeli leggiamo molte sue forti parole al riguardo. Ad esempio, nella grande scena del giudizio finale, il Figlio dell’uomo dice a quelli che stanno alla sua sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare…” (Matteo 25,41-46). O anche, alle vergini stolte della parabola che chiedono di entrare nella sala delle nozze, lo sposo risponde: “non vi conosco” (Matteo 25,1-13).
Come la vita eterna è essere per sempre con Dio e con Cristo, così l’Inferno è essere per sempre separati da Dio e da Cristo. Gli altri scritti del Nuovo Testamento, ad esempio le lettere di San Paolo, si muovono nella stessa linea.
Ci sono dunque due vie che si aprono davanti a noi: la via stretta che conduce alla vita e la via larga che conduce alla perdizione (Matteo 7,13-14). Queste due vie non stanno però sullo stesso piano: il Vangelo è infatti “buona novella”, annuncio di salvezza e non di sventura. L’atteggiamento accogliente di Gesù verso i pubblicani e i peccatori corrisponde alla gioia di Dio Padre per un solo peccatore che si converte. Da parte sua San Paolo afferma con forza: “Dio nostro salvatore vuole che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità” (1Timoteo 2,3-6).
Dunque per Gesù e per il Nuovo Testamento esiste senz’altro la possibilità della rovina eterna, ma al centro della prospettiva sta la salvezza. Nel suo colloquio con Nicodemo, inoltre, Cristo afferma di non giudicare nessuno, non essendo venuto “per giudicare il mondo, ma per salvare il mondo”. Chi non crede in lui “è già stato giudicato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio” (Giovanni 3,16-18). Quindi non solo il peccato ma anche l’Inferno ha la sua radice, piuttosto che in Dio, nel cattivo uso della nostra libertà.
Fino all’età moderna l’eternità dell’Inferno è stata convinzione comune delle Chiese cristiane, protestanti comprese, salva l’eccezione di Origene (III secolo), condannato per la sua dottrina dell’apocatastasi o riconciliazione universale, secondo la quale tutte le anime alla fine saranno salvate. All’opposto sant’Agostino tende a restringere la volontà salvifica universale di Dio a coloro che effettivamente si salvano: per lui l’umanità sarebbe di per sé una “massa dannata”, in conseguenza del peccato originale.

Continua a leggere tutto l’articolo su La Libertà dell’8 aprile

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Pubblicato in Articoli, Vita diocesana