“Aggredire i patrimoni criminali”: convegno sulle mafie in Confcooperative

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La cooperazione sociale reggiana si prepara alla complessità della gestione dei beni confiscati

Sono 130 le cooperative sociali italiane impegnate nella gestione di beni sequestrati ad organizzazioni criminali; una rete di strutture che, in  due anni, ha investito 118 milioni per ridare slancio ad attività uscite dall’alveo del crimine e che, cifre alla mano (inclusi i 4.211 dipendenti, impegnati in misura rilevante proprio sulla gestione di beni confiscati alla mafia), offre un’idea immediata di cosa significhi riportare nella legalità i tanti rami d’attività nei quali si articolano gli investimenti dei capitali generati da attività criminali.

Ma non solo: accanto al recupero di beni restituiti ad una funzione produttiva di interesse collettivo (che in Italia vede attive, insieme alle cooperative, 320 organizzazioni del Terzo settore) , in queste iniziative si racchiude anche il senso di una delle azioni più efficaci nella lotta al crimine, che risiede proprio nella confisca dei patrimoni delle organizzazioni criminali.

E’ proprio su questi temi che si sono orientate le riflessioni del convegno “Valori di comunità e libera impresa. La resistenza alle mafie: imprenditori, associazioni categoria, credito bancario e imprenditoria giovanile” che si è tenuto in Confcooperative per iniziativa della Provincia e della centrale cooperativa nell’ambito della rassegna “Noicontrolemafie”.

Una scelta non casuale, quella della sede di Confcooperative, “perchè proprio qui – come ha ricordato il presidente Matteo Caramaschi – il 20 febbraio 2009 si tenne uno dei primi convegni di denuncia e di analisi sulla presenza della criminalità organizzata nella nostra provincia, con particolare riferimento a mafia e ‘ndrangheta, e fu in quell’occasione che il procuratore Nicola Gratteri e Antonio Nicaso (uno dei massimi esperti al mondo dei fenomeni del crimine organizzato, nuovamente presente al convegno in Confcooperative) squarciarono letteralmente il velo dietro il quale per lunghi anni si erano alimentate forme di crimine che ancora erano percepite da pochi nella loro portata”.

convegno mafie in confcooperative

Una situazione- ha ricordato Caramaschi – molto cambiata in questi anni, come attesta non solo il processo in corso in questi mesi, ma anche il fatto che tanta parte della società locale si sia raccolta per contrastare fenomeni che sono nemici della convivenza, mettono a rischio la coesione sociale, mortificano l’impresa e l’economia.

E proprio in termini di contrasto, da Antonio Nicaso sono venute indicazioni precise e secche.  “le organizzazioni criminali – ha detto – oggi non debbono neppure usare i soldi “sporchi” derivati da attività illecite, ma li depositano in paesi off shore a garanzia dei prestiti che riescono ad ottenere da banche e che vanno ad accrescere i loro patrimoni immobiliari: ecco perchè la cosa più importante è aggredire i patrimoni criminali, cosa che in Italia è possibile e si può rafforzare, a differenza di tutti gli altri Paesi europei, e non solo europei, le cui legislazioni già non prevedono i reati specifici dell’associazione mafiosa”.

Non a caso – come ha sottolineato Stefania Pellegrini,  direttore del Master sulla gestione e riutilizzo dei beni confiscati della Università Alma Mater di Bologna – oggi c’è una forte concentrazione di interesse sulla gestione dei beni confiscati e, in particolare, sulle aziende sottratte alla criminalità organizzata, perchè “bonificare un’azienda” significa, di fatto, bonificare un territorio, facendo comunque i conti con situazioni complesse che coinvolgono la continuità del lavoro per i dipendenti, i flussi di liquidità che si interrompono, i legami privilegiati con committenti che scompaiono e la prassi di organizzazioni che, spesso, creano immediatamente nuove aziende “clone” di quelle soggette a sequestro”. Una complessità – ha detto Giuseppe Guerini, presidente Nazionale di Federsolidarietà/Confcooperative – di cui le cooperative sono ben consapevoli e con la quale fanno i conti, tanto che le attività legate ai beni confiscati sono per la stragrande maggioranza inserite in cooperative già esistenti e strutturate, ben consapevoli (e su quest’affermazione si è sviluppato anche l’intervento di Stefano Cerrato, dirigente per il terzo settore del Banco BPM) che “il costo della legalità è il prezzo dovuto per la libertà”.

Ed è proprio sul tema delle gestione dei beni confiscati – ha aggiunto Mauro Ponzi, esponente di spicco delle coop sociali reggiane – che si sta preparando e si deve preparare la cooperazione sociale nella nostra provincia: paiono infatti vicini i tempi in cui vi sarà un diretto coinvolgimento di queste imprese e, se la legge 1138 (peraltro da tempo in giacenza al Senato) andrà a rafforzare ulteriormente l’azione dello Stato sui patrimoni criminali, la sfida appare ancor più rilevante.

Pubblicato in Articoli, Associazioni