La solitudine del leader

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Qualche settimana fa, mi è capitato di assistere a un episodio che mi ha molto fatto riflettere: la clamorosa decisione di un allenatore di dare le proprie dimissioni nel bel mezzo di una partita. Un gesto che non ho capito e che non mi aspettavo da chi, invece, mi ha sempre dato l’idea di essere un combattente nato. Non credo ai gesti eclatanti, tanto meno ai coup de théâtre improvvisi. Non è così che si dà una scossa alla squadra. Più che scuotere l’ambiente, ho avuto la sensazione che i giocatori fossero piuttosto smarriti: è come se il capitano lasciasse per primo la sua nave che sta affondando. Questa cosa mi ha fatto riflettere umanamente e professionalmente. Tempo fa ho conosciuto una persona che mi diceva quanto molto spesso  non ci si possa permettere il lusso di mostrarsi vulnerabili, ma che bisogna essere più forti di tutto e tutti per non sprofondare nello sconforto, soprattutto davanti alle difficoltà.

Anche per un allenatore è un po’ così: mai lasciarsi prendere dallo scoraggiamento perchè è dall’affiatamento tra mister e giocatori che dipende la stagione. E anche il mister deve essere sempre forte e sempre distaccato per non lasciare trapelare incertezze e debolezze.

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Il gesto di questo collega mi ha fatto pensare a quanta solitudine circonda un leader, riferimento cui tutti guardano. È il condottiero della squadra, è quello che da solo deve scegliere e decidere per il bene di tutti, spesso senza essere capito. Mentre  per i giocatori esiste questo riferimento dalla spalle larghe, che fa da parafulmine per l’intero gruppo sobbarcandosi problemi e difficoltà, per lui, il mister, chi è il riferimento? Mi verrebbe da dire la società e i dirigenti sportivi. Giusto. Ma non basta.

Credo che il vero riferimento per chi ha mansioni di responsabilità stia nell’umanità delle persone amiche. Una famiglia o il proprio partner, diventano quel buen retiro in cui ci si possa isolare dal resto del mondo per ricaricare le pile. È in quel sapere ascoltare, che solo chi ti ama può offrire, che c’è l’antidoto a questa solitudine. Quando si trova una persona amica che offre il proprio tempo, il vuoto viene colmato. Spesso mi sento dire “è solo una partita, cosa vuoi che sia”. Non è così. Lì ci sono la mia vita, le mie paure, le mie ambizioni, i miei desideri. Altrimenti non avrei fatto questo mestiere. Non voglio assolvere o giustificare il mio collega, ma ho voluto provare a capirlo. La troppa pressione gioca brutti scherzi. Orgoglio e ostentata ambizione non portano da nessuna parte. Un capitano non lascia mai per primo la nave che affonda, prima fa di tutto per portarla in salvo. E solo quando tutto l’equipaggio è in sicurezza, può abbandonare la nave.

Professionalmente mi è capitato di arrivare negli spogliatoi dopo l’ennesima sconfitta stupida e di sbattere i pugni contro il muro alzando la voce. Ammetto di non essere stato un grande esempio per i miei ragazzi. In quel frangente è uscita più la mia rabbia e la mia frustrazione che la lucidità che deve contraddistinguere un leader. Non mi è mai passato per la mente di parlare di dimissioni o di abbandonare la nave: i pugni li ho sbattuti per scuotere i ragazzi, i toni li ho alzati per toccare il mio equipaggio sull’orgoglio e la reazione l’ho avuta. Non mi sono sentito orgoglioso di ciò che ho fatto. Il martedì, prima di iniziare allenamento ho subito chiesto scusa alla squadra. È anche dalle debolezze e dall’ammissione dei propri errori che si riconosce un riferimento. Ma quella domenica, dopo la partita, avrei tanto voluto avere il mio punto di riferimento vicino. Quello che non ho più.

Per quanto riguarda quel mio collega, credo che abbia capito che un pizzico di umiltà valga più di ogni colpo scena eclatante: dopo questa burrasca ha ripreso saldamente in mano il timone della sua squadra portandola verso nuovi orizzonti.

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