C’è un dopo?

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Dialogo col cardinale Ruini

Esaudendo la richiesta di numerosi lettori, pubblichiamo il dialogo che il cardinale Camillo Ruini ha avuto lo scorso sabato 11 marzo sui temi del suo libro “C’è un dopo? La morte e la speranza” con il direttore Edoardo Tincani. Il testo dell’intervista è stato rivisto dal cardinale.

Vorrei partire dalla “non attrattività” della vita eterna, che viene associata a un concetto statico di riposo e stride con l’idea di vita dinamica, per non dire frenetica, a cui siamo abituati. Forse tra il “Sei fatto per l’eternità” e il “Goditi la vita adesso” c’è la stessa distanza che passa tra la felicità e l’euforia dell’istante. Cosa può rendere appetibile l’eternità nella società scristianizzata?

Prima di tutto bisogna chiarire un malinteso: la vita eterna non è un tempo di ozio che non finisce mai, come può forse suggerire la preghiera per i defunti “L’eterno riposo dona a loro o Signore…”. Già Boezio nel VI secolo dopo Cristo ha precisato che l’eternità non è un tempo infinitamente lungo, bensì “interminabilis vitae tota simul et perfecta possessio”, espressione latina che possiamo tradurre con “possesso perfetto e concentrato in un unico istante di una vita che non ha termine”. In altre parole: si tratta della pienezza della vita, in concreto della pienezza della conoscenza e dell’amore, tutta raccolta e condensata in un’unica azione che non tramonta. Dunque pienezza di vita, che può dirsi riposo nel senso di pieno appagamento, non in quello di inerzia e passività.
Non si tratta però solo di un malinteso. C’è davvero una differenza grande tra l’attivismo e il desiderio di continue novità che rende la nostra vita sempre più frenetica e il bisogno di tranquillità e riflessione che pure avvertiamo dentro di noi. Già prima del cristianesimo, nella cultura dell’antica Grecia, le virtù contemplative avevano il primato su quelle attive e qualcosa di simile si può ritrovare nelle culture dell’Oriente. Non dimentichiamo poi le parole di Gesù a Marta: “Tu ti affanni per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore – quella dell’ascolto del maestro –, che non le sarà tolta” (Luca 10,38-42). Personalmente ritengo che anche nel dinamismo della nostra odierna cultura ci siano dei grandi valori, che però non vanno assolutizzati.
Venendo alla sua domanda conclusiva, come rendere appetibile l’eternità nella società scristianizzata, risponderei che in certo senso l’eternità è sempre appetibile, perché il desiderio di vivere per sempre non sembra estirpabile dal profondo di noi stessi, anche quando lo neghiamo o non ne siamo consapevoli. Per far emergere questo desiderio, e soprattutto per orientarlo verso Dio, verso l’unione con Dio, bisogna però reagire alla scristianizzazione, incominciando già adesso a orientarci verso Dio: altrimenti come potremmo desiderare di essere con Dio per sempre? In concreto abbiamo bisogno di una specie di “iniziazione” alla vita eterna. è questa la missione della Chiesa, che esiste anzitutto per annunciare e testimoniare che Cristo è risorto dai morti ed è risorto come primogenito di molti fratelli, cioè di noi chiamati a risorgere con lui. Ma questo è anche il compito affidato a ciascuno di noi, alla nostra personale libertà. Benedetto XVI, nell’Enciclica “Spe salvi”, parla perciò di “luoghi di apprendimento della speranza”: la preghiera anzitutto, che ci mette alla presenza di Dio, ma anche l’azione rivolta al bene del nostro prossimo, e forse ancor più la sofferenza.

Continua a leggere l’intervista di Edoardo Tincani al cardinale Ruini su La Libertà dell’1 aprile 

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Pubblicato in Articoli, Vita diocesana