Identità, altro che IMMAGINE

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Intervista al regista cinematografico Pupi Avati

Divoratore di biografie, scrittore a sua volta di libri di successo, è uno dei maestri del cinema italiano.Pupi Avati, figlio di un antiquario bolognese, classe 1938, è il secondo ospite degli incontri dei giovani in Cattedrale (venerdì 24 marzo ore 20.45). Con il Vescovo condivide il giorno di nascita, il 3 novembre, e molto altro, come scopriamo in questa intervista. Ma prima di tutto, Pupi Avati è un grande appassionato di musica. Tant’è vero che prima di essere folgorato sulla strada del film d’autore dalla visione di “8½” di Federico Fellini e di vivere un avvilente quadriennio come rappresentante della Findus, Giuseppe Avati aveva tentato la carriera nel jazz, come clarinettista di una band da cui lo estromise l’ingresso nella stessa formazione di Lucio Dalla. Non proprio l’ultimo arrivato. E per Pupi, lasciati alle spalle anche i surgelati, iniziarono le riprese di film “orgogliosamente provinciali”, in cui raccontava Bologna nel modo in cui… avrebbe voluto che fosse. Incompreso, come spesso accade ai profeti in patria, migrò a Roma.
Chiedendo scusa per la sintesi, che nulla concede all’ampia filmografia del regista, passiamo subito al nostro colloqui.

Avati, come ha conosciuto il Vescovo?
È stato circa venticinque anni fa. Mia figlia Mariantonia era un’adolescente timida con qualche problema di socializzazione: aveva subìto qualche delusione da parte dell’ambiente scolastico nel quale viveva. Venni allora a sapere dell’esistenza della comunità di don Massimo, adiacente a Santa Maria Maggiore, che proponeva attività culturali per i giovani. Così vi accompagnai mia figlia, conobbi questo gruppo di ragazzi di Comunione e Liberazione e una serie di persone, tra le quali lo stesso monsignor Camisasca.

Dopodiché?
Poi la nostra conoscenza si è sganciata dai problemi di mia figlia, che grazie al cielo si sono risolti rapidamente. E più volte sono andato nella casa di via Boccea a raccontare la mia esperienza di regista e di essere umano, stabilendo con monsignor Camisasca un rapporto personale sempre più profondo. Fino al momento in cui morì mia madre e lui mi fu molto vicino: ricordo che la Messa concelebrata da tutti i sacerdoti della Fraternità San Carlo fu una manifestazione d’affetto molto toccante. Da allora ci siamo incontrati varie volte e nell’arco di tutti questi anni siamo diventati amici: lui ha letto cose che io scrivevo, io ho letto suoi libri, mi ha dato dei consigli su dei testi cinematografici che stavo completando; gli ho fatto visitare Cinecittà e qualche volta, con suo fratello, è venuto sul set dei miei film: monsignor Camisasca è assai curioso del cinema. Ed è rimasto molto legato anche ai miei figli.

Continua a leggere tutta l’intervista a Pupi Avati realizzata da Edoardo Tincani su La Libertà del 25 marzo

PupiAvati

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