Trovati dalla verità

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Che cos’è dunque la verità? Un esercito mobile di metafore, metonimie, antropomorfismi, in breve una somma di relazioni umane, che sono state sublimate, tradotte, abbellite poeticamente e retoricamente, e che per lunga consuetudine sembrano a un popolo salde, canoniche e vincolanti: le verità sono illusioni, delle quali appunto si è dimenticato che non sono che illusioni”: così Nietzsche nel postumo Su verità e menzogna in senso extramorale.

Mi ha sempre colpita l’impressionante attualità di queste parole, scritte nel 1873 eppure così descrittive del nostro mondo, del nostro modo di sentire, delle difficoltà che i nostri tempi vivono nei confronti della verità. Ci penso spesso nelle ultime settimane, infervorate da tematiche scottanti: l’uso di droghe e la possibilità di una loro eventuale liberalizzazione; il mistero grande della sofferenza, il fine vita e l’eutanasia; il diritto all’obiezione di coscienza per i medici che hanno a che fare con la vita nascente. Un dibattito spesso affrontato a partire dalle risonanze emotive di casi dolorosi e drammatici, rispetto ai quali occorrerebbe forse maggior pudore; e condotto all’insegna di una rinuncia alla possibilità stessa della verità, abbandonata come un retaggio arcaico da superare in nome della situazione concreta, dei tempi mutati, degli esiti del progresso. Il sottinteso è che quel che era giudicato “vero” una volta non lo sia abbastanza da resistere all’usura del tempo: perché nessuna affermazione sulla realtà può esigere per sé un valore assoluto.

Questa rinuncia alla verità (che ha fatto tutt’uno con la rinuncia al Dio cristiano o con il suo travisamento) è stata costruita coscientemente dalla cultura occidentale degli ultimi due secoli, nella convinzione che solo così l’uomo avrebbe potuto essere libero: libero dalle pretese di istanze a lui esteriori, libero dalle maglie di regole imposte da altri, libero di costruire se stesso e il proprio mondo. E in effetti una libertà così concepita, come autonomia radicale – come capacità, quindi, di esser norma a se stessa – non tollera l’esistenza del limite e non accetta che possa esistere qualcosa di indisponibile alle sue pretese, qualcosa di così “reale” e “vero” da esigere di essere accolto come tale e semplicemente riconosciuto.

nietzsche

Nella nostra società “liberata” ed emancipata tutto cospira a convincerci che possiamo fare a meno di una verità che non sia la mera posizione soggettiva del momento, e che questa rinuncia sia indolore. In realtà i più acuti avversatori della verità in ogni tempo hanno lealmente riconosciuto la tragicità della condizione umana che non può più appellarsi al Vero, al Buono, al Giusto: lo stesso Nietzsche, nel celebre aforisma 125 de La gaia scienza, dà voce a questa consapevolezza con un’incalzante interrogazione rivolta a coloro che si gloriano, tronfi e soddisfatti, di essere gli “assassini di Dio”: “Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci diede la spugna per strusciare via l’intero orizzonte? Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci muoviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto più freddo? Non seguita a venire notte, sempre più notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina?”. Questo è la nostra esistenza quando non possiamo più riconoscervi un “sole”, un punto fermo che sopravviva all’emozione del momento, al periodo storico, alla stagione: “un eterno precipitare”, un continuo girare a vuoto, un avvitarsi nel nulla. Ed è questa la “libertà” su cui tante voci vorrebbero spingerci a scommettere la vita, nostra ed altrui: dimentichi del vero, persi nella frenesia delle nostre giornate.

Eppure – e il modo in cui oggi sono poste e dibattute pubblicamente le questioni più decisive ci costringe a riaprire la domanda – un dubbio ci attraversa: siamo certi di poterci separare dalla verità senza perdere noi stessi? Siamo certi di poter dire “umana” una società nella quale l’urgenza del vero sia consapevolmente combattuta, obliata, rimossa?

L’equivoco a monte è l’aver ridotto la verità a una morta dottrina, a un’astrazione: come un libro sullo scaffale, destinato ad ingiallire e a coprirsi di polvere negli anni. Lo ha smentito una volta per tutte un Uomo che, in un punto preciso del tempo e dello spazio, ha osato proclamarsi Dio ed affermare di sé “Io sono la Via, la Verità e la Vita”. Una pretesa inaudita che non possiamo neutralizzare, come aveva ben compreso Lewis ne La mano nuda di Dio. È relativamente semplice per noi addomesticare un “Dio impersonale” o un “Dio soggettivo” costruito da noi a nostro piacimento, o ancora un Dio inteso come “forza interiore”: perché non hanno alcuna verità da dirci, nessuna pretesa da accampare su di noi. “Ma Dio stesso, vivo, che dà uno strattone all’altro capo della corda, che forse si avvicina ad una velocità infinita, il cacciatore, il re, il marito – ah, questa è tutta un’altra faccenda. C’è un momento in cui i bambini che stanno giocando ai ladri si zittiscono improvvisamente: non si sentono dei passi veri di là nell’entrata? (…) E se davvero lo trovassimo? Non avevamo nessuna intenzione di arrivare a questo! E ancor peggio, se Lui ci avesse trovati?”. La Verità è una Persona, capace di entrare in rapporto con noi fin nei più nascosti recessi della nostra vita e disposta a braccarci uno ad uno nelle nostre decisioni di comodo, nei nostri aggiustamenti e rinnegamenti. Ha dovuto ammetterlo persino Nietzsche, non molte pagine dopo l’annuncio della morte di Dio: “Un giorno il viandante sbatté una porta dietro di sé, si arrestò e pianse. Poi disse: «Questa inclinazione, questo impulso verso il vero e il reale, il non parvente, il certo, mi fanno rabbia! Perché questo cacciatore fosco e impetuoso segue proprio me? Vorrei riposarmi, ma non me lo concede»” (La gaia scienza, af. 309).

Ogni tanto mi chiedo se non sia proprio questo il nome dell’inquietudine che caratterizza i nostri tempi, così ansiosi di sciogliersi da qualsiasi limite e contemporaneamente così confusi: il desiderio, trepidante e timoroso assieme, di uno Sguardo che ci riveli a noi stessi. E l’oscuro presentimento che quella verità così a lungo combattuta, amata, intuita e cercata ci abbia già eternamente trovati.

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