Questione di cultura

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Chi sfoglia la Gazzetta dello Sport, spesso leggerà articoli a firma Arrigo Sacchi in cui il “profeta” di Fusignano scrive di assenza di cultura sportiva. Bazzicando campi di provincia e regione, mi accorgo sempre di più quanto le affermazioni dell’ex mister di Milan e nazionale siano vere. Nello sport, specialmente nel calcio, non esiste una cultura sportiva: dirigenti, genitori, spesso allenatori e ahimè i ragazzi guardano solo al risultato. Per carità, vincere è importante, ma non è tutto. E come scrivo sempre, è il come si vince, è la filosofia di una squadra, che fa la differenza. Tempo fa mi è capitato di parlare con un genitore del proprio figlio: finalmente qualcuno che si è confrontato con me sulla crescita umana del proprio ragazzo senza sconfinare in questioni meramente tecniche. Eureka, ho pensato. Ad un certo punto, però, raccolgo la sua lamentela sull’orario di una partita (alle 18): tra convocazione e trasferta il figlio non avrebbe avuto tempo per studiare.

Colgo la palla al balzo per spiegare che praticare uno sport serve ai ragazzi anche per imparare a programmare i propri impegni, soprattutto quelli scolastici, trovando un valido metodo che permetta loro sia di studiare che di giocare. E a suffragio della mia tesi cito coetanei, ed ex compagni del mio giocatore, che ora militano nel Carpi, quindi in una società professionista. Questi, appena usciti da scuola, mangiano un panino sul ciglio della strada in attesa che arrivi il pulmino della società a prenderli per portarli a fare allenamento, per poi rincasare alle 7 di sera. La reazione di questo genitore è stata: “Ma loro giocano nel Carpi”, come a dire, è ammissibile che “perdano” l’intero pomeriggio.

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Ecco, davanti a questa esternazione ho toccato con mano quanto fuori dal campo, tra i genitori (e non solo!) sia totalmente assente la cultura sportiva. Che sia Carpi, Milan, Juve o la modesta Saturno Guastalla, il principio deve essere sempre quello: praticare calcio non è solo un divertimento, ma è anche sacrificio, responsabilità e occasione per diventare grandi. La professionalità non la fa la casacca che indossi, bensì il metodo e gli insegnamenti che vuoi dare.

Questa cosa mi ha fatto molto riflettere: sembra che, per un genitore, avere il proprio figlio in una squadra professionista, sia  quell’occasione irrinunciabile per cui valga la pena fare di tutto. Da allenatore, ma soprattutto da educatore, mi sono sentito spiazzato: è quasi inutile battagliare coi propri ragazzi sull’andamento scolastico, su regole e principi se poi a casa tutto viene derogato dai genitori o peggio, come purtroppo capita, se a delegittimare il mondo dello sport siano i professori a scuola. Che un ragazzo giochi in questa o quella squadra, il principio non cambia: fare allenamento, giocare la domenica mattina è un sacrificio. Organizzarsi nello studio e in famiglia è uguale per tutti, a prescindere dall’orario di allenamento. Non credo che chi gioca in squadre di settore giovanili professioniste sia molto più intelligente dei miei ragazzi. Nessuno regala niente, tutto va sudato e guadagnato attraverso impegno, dedizione, educazione e capacità di mettersi a disposizione gli uni degli altri.

Nel calcio che vorrei, mi piacerebbe che genitori e dirigenti guardassero prima al risultato umano poi a quello della partita. Vorrei che alla fine di una stagione trovassero un ragazzo cresciuto e maturato come uomo prima e calciatore poi.

Nelle ultime tre partite la mia squadra ha fatto un filotto di sconfitte, e oggi, dopo la partita, gli ho applauditi: ho visto dei piccoli uomini “feroci” su ogni palla e dalle giocate efficaci. Siamo sulla buona strada. E in classifica?? Boh, credo che siamo penultimi.

Per commentare la rubrica scrivi a matteo.daolio@laliberta.info

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