Gita o campeggio?

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Quando sei una giovane prof alle primissime armi e vieni da anni e anni di campeggi e campiscuola estivi,  accompagnare i ragazzi in una gita sulla neve per più di un giorno diventa un’esperienza difficile da collocare.

I ragazzi sono proprio come quelli che hai sempre accompagnato in campeggio, ma questa volta ti chiamano Prof e ti danno del lei.

Sei in montagna, proprio come nei campeggi, ma è inverno. Sei in un hotel più o meno come quello dei campeggi ma questa volta per te c’è una camera singola con tanto di letto matrimoniale con lenzuola profumate in cui dormire “a quattro di bastoni”.

Ah, poi ci sono già gli asciugamani, le lenzuola e la tv in camera… tutti lussi che non si sono mai visti nei campeggi parrocchiali dove l’ambiente semplice e “ruspante” dà quel tocco di genuinità che caratterizza queste bellissime esperienze.

Infatti, se penso ai campeggi che ho fatto da educatrice/delegata/catechista, i primi ricordi sensoriali che mi sorgono sono la puzza di piedi di una camera di ragazze insospettabili (ormai più che ventenni), il disordine di una camera che ho condiviso con ragazze ora già universitarie che il caos da cui nascono le stelle danzanti di Nietzsche era niente in confronto, la polvere e la spartanità di alcune location veramente inenarrabili.

La colazione è uguale, “ragazzi mangiate abbondante che oggi si fatica!” – e via a mangiare come dei luridi, ma nè prima nè dopo ci sono le lodi assonnate al sapore di fiatella mattutina. Quando torni dalle piste ti aspetti che il Don spunti da un momento all’altro per riunire gli educatori e decidere l’orario della Messa mediando tra i due fronti opposti “Messa poi doccia” e “doccia poi Messa”. Invece appare l’animatrice dell’albergo ad informare i prof del programma della serata che sicuramente non prevede “dame e cavalieri”, “il gioco del giornale” e men che meno “whisky soda e rock’n’roll”. (Fortunatamente neanche i balli di gruppo)

La sera niente gossip fino a tardi in camera con le ragazze, nessuna classifica sui ragazzi più belli, nessuna sfilata dei pigiami, niente pianificazione di scherzi che sai già essere infattibili, niente video scemi/divertenti, niente imitazioni…rimane solo lo scrocco selvaggio di cibo, a mo’ di pizzo.

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Con i ragazzi poi è tutto ancora più destabilizzante.

Vorresti tediarli come hai imparato in anni e anni di allenamento “sul campo”, ma sei una prof.

Vorresti proporre della musica truzza da ascoltare insieme a un volume assordante, ma sei una prof.

Vorresti fare del gossip spietato sulle varie simpatie, ma sei una prof.

È tutto un doversi ricordare che “sono una prof” e quindi sentirsi scissa per gran parte delle ore del giorno. Allora inizi a mediare: questo sì, quello no.

Va bene insegnare Lupus in tabula, è troppo bello e possono anche fare gruppo, ma non fare riferimenti alla musica techno che già non sprizzi autorità da tutti i pori e questo sarebbe il colpo di grazia.

Va bene giocare a carte, ma niente chiacchiere sul fondo del pullman.

Va bene ascoltare la musica quando sei in camera, ma se ti chiedono che canzone ascoltavi meglio non rispondere in modo troppo euforico “Bi*ch better have my money” che poi chissà a casa cosa vanno a dire.

E mi raccomando, niente abbracci simpaticoni. Che poi si annulla tutta la famigerata distanza “alunno-prof”, anche se non hai ancora ben capito cosa fartene.

Quindi vai di pollici in su, o pugno-contro-pugno-e-batti-il-cinque quando proprio senti che la situazione è straordinariamente eccezionale.

Non ci sono solo queste note spiacevoli però, sei una prof!

A cena davanti al menù super classico “pasta in rosso-cotolette-dolce sintetico” al posto della più anonima pasta al pomodoro ti serviranno una pregiatissima pasta locale al ragù di cervo. Al negozio di souvenir riceverai un boccettino di tipico liquore in omaggio, a pattinare non dovrai pagare e se arriverai in ritardo ad un ritrovo non voleranno troppi insulti perché, cavolo, sei la prof!

Imparare ad essere una prof in classe è impegnativo, ma esserlo in queste situazioni per me è ancora più difficile: in entrambi i casi si tratta in fondo di trovare un modo di voler bene ai ragazzi diverso da quello a cui sono abituata, ed è tutto tranne che che facile e scontato.

Per la gita però -per ora- non ci sono dubbi: non ci sono lenzuola profumate e ragù di cervo che tengano, scelgo tutta la vita il campeggio da educatrice!

Per commentare la rubrica scrivi a iaiaoleari@laliberta.info

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