A lezione di reale nel tempo della «post-verità»

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Era emerso anche nell’incontro diocesano dei comunicatori, grazie alle sottolineature del Vescovo, di Marina Ricci e di Monica Mondo: il giornalismo ha il dovere di raccontare la realtà. E non è affatto semplice, perché mille sono i condizionamenti, non ultimi quelli economici, sulla via del cronista. A Bologna, nell’appuntamento promosso il 10 febbraio dall’Ufficio regionale Comunicazioni sociali, questo aspetto è stato la liaison di altri, autorevoli interventi. Siamo arrivati al punto che oggi, con ributtante neologismo, si parla di post-verità, per designare quella condizione secondo cui, in una discussione su un fatto o una notizia, la verità è considerata questione di secondaria importanza. I social network ne sono i principali contrabbandieri. E finisce che la realtà, appunto, viene messa tra parentesi. Attenzione, però, ha ricordato nell’Aula magna dell’Istituto “Veritatis Splendor” il saggista Guido Mocellin: la volgarità non è nata in Rete, ma in tv (ha citato come spartiacque la puntata del “Maurizio Costanzo Show” in cui, agli inizi del 1990, Vittorio Sgarbi augurò la morte a Federico Zeri), e se con i post sparsi a piene dita sui social tutti diventano comunicatori pubblici, allora per tutti deve valere il codice deontologico dei giornalisti. Codice che, a proposito di post-verità, iscrive tra i comandamenti fondamentali quello di verificare sempre le notizie. Mentre in Rete galoppano senza freni efficaci tante mezze verità, che fanno ancora più danno delle bufale conclamate.

Continua a leggere l’editoriale di Edoardo Tincani su La Libertà del 18 febbraio

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