A ricordo di Paolo Prodi

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Il 16 dicembre scorso è morto Paolo Prodi. I telegrammi di condoglianze sono stati molti ed i giornali hanno fatto un beve articolo con qualche nota biografica. Poi la logica dei mass-media ha imposto ben altre notizie.
Ora Paolo è nelle mani di Dio, gradisce le nostre preghiere, ma non ha bisogno di commemorazioni da parte nostra. Siamo noi che abbiamo bisogno di cogliere e mettere a frutto quello che egli ha lasciato di sé.
Egli è stato certo un uomo buono ed un servo fedele: ha ricevuto da Dio molti talenti e li ha fatti fruttificare. Era ragazzo durante la guerra ed aveva 13 anni quando è finita: la sua formazione è avvenuta dunque in tempi duri, difficili, dolorosi, ma fortunatamente si è realizzata all’interno di una tipica famiglia cattolica, di quelle famiglie caratterizzate dai numerosi figli, dal severo lavoro, dai principi indiscussi e dalle madri sensibili, sagge e di incredibile forza morale. Si è formato anche all’interno di un mondo, quello cattolico, nel quale gli orrori della guerra non avevano aumentato la cattiveria, ma la dedizione al bene, e che viveva una stagione di impegno entusiastico nell’impressione di avere in mano la ricostruzione della società italiana.

La validità dei valori di quegli anni è testimoniata dal fatto che coloro che li hanno assorbiti sono rimasti fedeli ad essi tutta la vita. Così è stato per Paolo, che nel suo lavoro di studioso non si è mai richiuso nella torre d’avorio del ricercatore, ma ha unito all’obiettività della ricerca la sensibilità all’uomo e ai suoi problemi, che è stato uomo di scuola nel senso più ampio del termine, accettando anche nei momenti più difficili (eravamo negli anni Settanta) la richiesta di assumersi responsabilità pesanti, come quella del rettorato all’università di Trento, che si è compromesso anche nella politica attiva, soffrendone le tensioni interne ed esponendosi ad incomprensioni ed attacchi.
Ora la sua attività pratica è affidata al giudizio della storia; quello invece che non si chiude con la sua morte è l’apporto culturale ed umano che rimane nei suoi scritti.

Continua a leggere tutto l’articolo di Zeno Davoli su La Libertà del 7 gennaio

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Pubblicato in Articoli, Società & Cultura