Dove tutti gli uomini sono a casa

Stampa articolo Stampa articolo

Quasi ad esorcizzare il freddo pungente di questi giorni, capita che una stazione radio riproponga il tormentone estivo Vorrei ma non posto di Fedez e J-Ax; ed ora che caldo africano, crema solare e gelati sono un ricordo sbiadito si impone ancor più prepotentemente lo sguardo disilluso della canzone, con la sua critica un po’ cinica e un po’ di maniera – anche se non priva di lucidità – al modo in cui viviamo e comunichiamo oggi.

E poi, lo sai, non c’è/ un senso a questo tempo che non dà/ il giusto peso a quello che viviamo./ Ogni ricordo è più importante condividerlo/ che viverlo”. Curioso come le parole possano cambiare impercettibilmente e decisivamente di significato: la “condivisione” come emblema della leggerezza, dell’insignificanza, persino del narcisismo; un’alternativa al vivere, un riversarsi fuori di sé senza sapere cosa pulsa in noi, un esibire impressioni ed esperienze fugaci prima ancora di averle nominate e gustate. Eppure avvertiamo confusamente la fatica racchiusa nel condividere davvero qualcosa con qualcuno – condividere la vita, le gioie e le sofferenze, i frutti del proprio lavoro… L’esperienza più concreta ed impegnativa che ci sia, che ci chiama in causa interamente, quasi sanguigna nella sua carnalità.

Per non so quale associazione di idee mi torna in mente un brevissimo racconto intitolato Piscina feriale, nel quale Cesare Pavese riproduce scene di vita apparentemente banali ed abituali: il caldo dell’estate con la sua atmosfera di leggerezza, un gruppo di amici impegnato a godersi il sole contemplando l’acqua verde di una piscina tra strilli e schiamazzi di bambini, risate e spruzzi di schiuma. Persone vicinissime tra loro, in acqua o distese sul prato. Alcuni conversano del più e del meno, altri lasciano scivolare pigramente lo sguardo qua e  là: tutti assieme, impegnati a farsi compagnia e a condividere il divertimento e il piacere della frescura.

testo-di-vorrei-ma-non-posto-fedex-jax-musica-pubblicita-cornetto-algida-600x300

In questo contesto così rassicurante e scanzonato, tuttavia, stanno in agguato “improvvise solitudini”: esperienze di “vuoto” ed “immobilità di pensieri”. Come se ognuno dei presenti confusamente avvertisse che “dentro di noi c’è un vuoto, un’attesa, che ci fa trasalire la pelle nuda”. “Sappiamo”, chiosa la voce narrante, “che il sole e l’acqua verde bastano a riempire la mattinata (…), ma il sospetto di ognuno è cosa farebbe se la piscina fosse deserta e gli toccasse godersi da solo tanta luce e tanto sereno”. Improvvisamente mi sento descritta da questo racconto: tutti sappiamo per esperienza diretta che la patina della superficialità e del divertissement (come, per converso, quella dell’impegno a tutti i costi o del lavoro forsennato e persino la compagnia dei nostri simili) possono diventare un anestetico, il luogo della dimenticanza di sé e di ciò che turba ed inquieta. Ma anche sotto questo velo si fa strada la questione fondamentale che definisce la vita di ogni uomo, e che anche Pavese riconosce: “In verità, siamo tutti in attesa”.

Ecco il paradossale rovesciamento: solitudine e attesa come compagne silenziose dalle quali ci scopriamo braccati, alle quali non possiamo sfuggire, persino dal cuore della situazione più piacevole e distensiva. Attesa di qualcosa che nessuno ci ha promesso, direbbe ancora Pavese; attesa di qualcosa che riconosciamo come già noto e familiare e che al tempo stesso non possiamo chiudere nei nostri schemi o nelle nostre previsioni.

Questa, in fondo, la nostra fatica. Tutta la nostra vita (compresa la possibilità di “condividere” davvero qualcosa con qualcuno) passa attraverso la capacità di sopportare la più profonda delle solitudini, di attraversare lo spazio del silenzio: spazio di inquietudine, persino di angoscia. L’attesa che in certi momenti fortunati ciascuno di noi può percepire oscuramente come silenziosa compagna è il marchio della nostra limitatezza: ci attesta che nonostante tutti i nostri sforzi non bastiamo a noi stessi, non ci apparteniamo, la nostra vita non è totalmente “nostra”; non possiamo costruire con le nostre mani quel compimento, quella felicità che tanto bramiamo. Quanta fatica in questo collocarsi nella passività, quanta fatica stare di fronte alla nostra radicale insufficienza senza disperare.

Ed è qualcosa che prima o poi accade a chiunque: “tutti gli uomini hanno nostalgia anche quando sono a casa,/ e si sentono forestieri sotto il sole,/ come stranieri appoggiano la testa sul cuscino/ alla fine di ogni giornata” (così Chesterton in una sua meravigliosa “Poesia di Natale”). In questo vasto mondo sempre più raggiungibile e alla nostra portata “combattiamo e ardiamo d’ira,/ abbiamo occasioni, onori e grandi sorprese”; ma dal fondo di ogni esperienza, solo che lo ascoltiamo, ci assale improvviso l’appello di una strana nostalgia. Come se sapessimo che la nostra casa è altrove, e che niente di quel che facciamo può sostituirla o spegnerne il ricordo.

natale2_zps8042dac9

Benedette, allora, tutte le attese, col loro carico di trepidazione e timore. E benedetto questo tempo di attesa che stiamo vivendo nell’imminenza del Natale: un guanto di sfida rivolto a ciascuno singolarmente, la risposta alla nostra domanda che giunge a noi nel modo più inaspettato. “Un bambino in una misera stalla,/ con le bestie a scaldarlo ruminando;/ solo là, dove Lui fu senza un tetto,/ tu ed io siamo a casa”. Possiamo accettare, anche solo come ipotesi, che “casa nostra è là sotto quel cielo di miracoli/ in cui cominciò la storia di Natale”?

È questo l’incredibile rovesciamento: la  nostra attesa in realtà è risposta all’attesa di un Altro, che si consegna alla passività assoluta e ci aspetta come neonato inerme in una povera culla. Aspetta ciascuno di noi, come speranza sempre offerta in una condivisione – questa sì – capace di farsi carico del nostro fondo di solitudine come del nostro desiderio di felicità. “Di notte presso una capanna all’aperto/ giungeranno infine tutti gli uomini/ in un luogo che è più antico dell’Eden […]. Giungeranno fino alla fine del viaggio di una stella cometa,/ fino a scorgere cose impossibili che tuttavia ci sono,/ fino al luogo dove Dio fu senza un tetto/ e dove tutti gli uomini sono a casa”.

Per commentare la rubrica scrivi a giorgia.pinelli@laliberta.info

Pubblicato in Il tutto nel frammento Taggato con: