50° rapporto Censis: i figli più poveri dei nonni

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Figli più poveri dei nonni: è il ko economico dei giovani. Questo uno dei dati più drammatici che il 50  Rapporto Censis delinea. Sono evidenti gli esiti di un inedito e perverso gioco intertemporale di trasferimento di risorse che ha letteralmente messo ko economicamente i millennial. Rispetto alla media della popolazione, oggi le famiglie dei giovani con meno di 35 anni hanno un reddito più basso del 15,1% e una ricchezza inferiore del 41,1%. Nel confronto con venticinque anni fa, i giovani di oggi hanno un reddito del 26,5% più basso di quello dei loro coetanei di allora, mentre per gli over 65 anni è invece aumentato del 24,3%. La ricchezza degli attuali millennial è inferiore del 4,3% rispetto a quella dei loro coetanei del 1991, mentre per gli italiani nell’insieme il valore attuale è maggiore del 32,3% rispetto ad allora e per gli anziani è maggiore addirittura dell’84,7%. Il divario tra i giovani e il resto degli italiani si è ampliato nel corso del tempo, perché venticinque anni fa i redditi dei giovani erano superiori alla media della popolazione del 5,9% (mentre oggi sono inferiori del 15,1%) e la ricchezza era inferiore alla media solo del 18,5% (mentre oggi lo è del 41,1%).

Le aspettative degli italiani – scrive sempre il Rapporto Censis presentato lo scorso 2 dicembre  – continuano a essere negative o piatte. Il 61,4% è convinto che il proprio reddito non aumenterà nei prossimi anni, il 57% ritiene che i figli e i nipoti non vivranno meglio di loro (e lo pensa anche il 60,2% dei benestanti, impauriti dal downsizing generazionale atteso). Il 63,7% crede che, dopo anni di consumi contratti e accumulo di nuovo risparmio cautelativo, l’esito inevitabile sarà una riduzione del tenore di vita. Fare investimenti di lungo periodo è una opzione per una quota di persone (il 22,1%) molto inferiore a quella di chi vuole potenziare i propri risparmi (il 56,7%) e tagliare ancora le spese ordinarie per la casa e l’alimentazione (il 51,7%). L’immobilità sociale genera insicurezza, che spiega l’incremento dei flussi di cash. Rispetto al 2007, dall’inizio della crisi gli italiani hanno accumulato liquidità aggiuntiva per 114,3 miliardi di euro, un valore superiore al Pil di un Paese intero come l’Ungheria. La liquidità totale di cui dispongono in contanti o depositi non vincolati (818,4 miliardi di euro al secondo trimestre del 2016) è pari al valore di una economia che si collocherebbe al quinto posto nella graduatoria del Pil dei Paesi Ue post-Brexit, dopo la Germania, la Francia, la stessa Italia e la Spagna. Quasi il 36% degli italiani tiene regolarmente contante in casa per le emergenze o per sentirsi più sicuro e, se potessero disporre di risorse aggiuntive, il 34,2% degli italiani le terrebbe ferme sui conti correnti o nelle cassette di sicurezza. Così, con una incidenza degli investimenti sul Pil pari al 16,6% nel 2015, l’Italia si colloca non solo a grande distanza dalla media europea (19,5%), da Francia (21,5%), Germania (19,9%), Spagna (19,7%) e Regno Unito (16,9%), ma è tornata ai livelli minimi dal dopoguerra. Emerge una Italia rentier, che si limita a utilizzare le risorse di cui dispone senza proiezione sul futuro, con il rischio di svendere pezzo a pezzo l’argenteria di famiglia.

Il Rapporto Censis evidenzia anche che tra  il 2007 e il 2015 i consumi complessivi delle famiglie si sono ridotti del 5,7% in termini reali, mentre nello stesso periodo si registrava un vero e proprio boom della spesa per acquistare computer (+41,4%) e smartphone (+191,6%). «Fare da sé», saltando gli intermediari grazie ai dispositivi digitali, significa spendere meno soldi o anche solo sprecare meno tempo. Nel 2016 l’utenza del web in Italia è arrivata al 73,7% (nel caso dei giovani under 30 il dato sale al 95,9%), oggi il 64,8% degli italiani usa uno smartphone (l’89,4% nel caso dei giovani), per comunicare il 61,3% utilizza Whatsapp (lo fa l’89,4% dei giovani), il 56,2% ha un account su Facebook e il 46,8% guarda Youtube (rispettivamente, l’89,3% e il 73,9% dei 14-29enni), il 24% utilizza la piattaforma Amazon (contro il 38,7%), l’11,2% Twitter (contro il 24%). E per la prima volta nel 2015 il numero di sim abilitate alla navigazione in rete (50,2 milioni) ha superato quello delle sim utilizzate esclusivamente per i servizi voce (42,3 milioni). Le prime sono aumentate in un anno del 15,3%, mentre le seconde diminuivano del 16,4%. Nel secondo trimestre del 2016 le sim con accesso a internet sono aumentate ancora, fino a 51,8 milioni di unità. Nel 2015 il traffico dati medio mensile è stato pari a 1,3 gigabyte, ovvero più del doppio rispetto ai valori registrati nel 2010 (+116,7%).

Sempre dal Rapporto emerge che la crescente onda migratoria è in attesa di una governance europea. Al 30 novembre 2016, la cifra di 173.017 arrivi di migranti da inizio anno già supera quella del 2015 e il record dei 170.100 sbarcati due anni fa. Mentre sul piano internazionale manca ancora una strategia di azione condivisa, il numero di persone accolte dal sistema italiano è enormemente cresciuto negli ultimi quattro anni, passando da 22.118 nel 2013 a 176.671 nell’anno in corso. Ma l’Italia è comunque alla 34ª posizione nel mondo per numero di rifugiati: 118.047, pari allo 0,7% del totale. Invece i minori non accompagnati raggiungono sempre più numerosi il nostro territorio. Dal 1° gennaio alla fine di novembre di quest’anno sono stati 24.235, vale a dire il 14,1% del totale degli sbarcati, con una crescita del 363,2% rispetto al 2013, quando erano stati 5.232.

Un dato che emerge dallo stesso Rapporto è la  generosità diffusa degli italiani come sublimazione della partecipazione. Anche nella crisi gli italiani hanno continuato a donare. I fondi raccolti da molte associazioni non profit e organizzazioni umanitarie sono aumentati in modo considerevole. Le raccolte tramite sms in occasione degli ultimi terremoti evidenziano una crescita dell’impegno economico delle famiglie: 2 milioni di euro per il terremoto del Molise (2002), 5 milioni per quello dell’Abruzzo (2009), 14 milioni per quello dell’Emilia Romagna (2012), 15 milioni per il sisma del Lazio, Umbria e Marche di quest’anno.

Nel biennio 2014-2015 c’è stato un lieve recupero dei consumi (+2,1%) dopo la forte contrazione del periodo di crisi (-7,6% negli anni 2008-2013). Ma sono 26 milioni gli italiani che ancora oggi indicano come prioritario il contenimento delle spese quotidiane. Profonde sono le disuguaglianze sociali: tra le famiglie a basso reddito il 58% indica la priorità di comprimere le spese e il 28% vorrebbe spendere qualche soldo in più sui consumi per il proprio benessere, mentre tra le famiglie benestanti le percentuali sono pari rispettivamente al 34% e al 46%.

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