L’insegna di chi insegna

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Con l’arrivo dell’inverno, l’ingresso a scuola la mattina si trasforma in una triste processione di individui incappucciati che sembrano incamminarsi verso la sala delle torture. Aiuta sicuramente in tutto questo la bellezza della pianura padana che ogni mattina ti sveglia cantando “Cielo grigio su, foglie gialle giù” per farti iniziare la giornata con una botta di ottimismo.

Guardando quella marea di persone entrare a capo chino in quella porta un po’ stretta, immersa in un’atmosfera grigia, mi un po’ di processione dantesca verso il giudizio eterno.

Non in tanti si stupirebbero, penso, se alzando un po’ la testa si intravedesse la scritta“lasciate ogni speranza voi ch’entrate”. Tra l’altro penso che questa sia una delle frasi che più rimangono impresse nella mente degli studenti proprio perché viene molto spesso associata all’esperienza scolastica. Cavolo, un vero peccato che debba essere proprio questa l’insegna che secondo tanti sovrasta immaginariamente la scuola.

Se devi passare 5 anni (contando solo le superiori) della tua vita in un edificio con gente che tu non hai scelto, sarebbe bello che l’insegna che ti accoglie fosse diversa. Mi sono quindi chiesta che insegna avrei messo io sopra il portone, per accogliere ogni giorno chi entra a lavorare in questo mondo magggico. (Per l’università mi sono bastati 10 secondi: l’insegna che metterei a caratteri cubitali sul dipartimento di chimica dell’unimore sarebbe “FUGGITE, SCIOCCHI”).

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Ho ipotizzato un “crescere insieme” ma fa un po’ Giovani Marmotte, “verso la Maturità” ma sembra più un cartello per un campo di cocomeri acerbi, ne ho pensate e ripensate…

“Che insegna metterei io, prof, sulla scuola? Quale sarebbe la “mission” che vorrei che gli studenti capissero in poche parole entrando a scuola?” In mezzo a questi dubbi esistenziali mi è corso in aiuto il buon Donald Trump.

Il neo presidente degli USA mi deve qualche ora di sonno e un risveglio parecchio traumatico. Come per la Brexit, ho seguito l’attesa del risultato fino a notte inoltrata. Come per la Brexit, vado a letto con gli occhi crepati dal sonno mentre le proiezioni danno un risultato in testa e, come per la Brexit, mi sveglio che il risultato finale è quello opposto. Bello!

Purtroppo non ci sono elezioni americane che tengano: la campanella suona alle 8 anche con Trump presidente e allora ecco che il 9 Novembre, con poche ore di sonno sulle spalle e un risveglio che non pensavo di poter vivere, mi sono avviata a scuola interrogandomi.

“Trump è il presidente degli Stati Uniti…Uno che non crede al surriscaldamento globale è presidente degli Stati Uniti e io dovrei andare a insegnare scienze a dei ragazzi delle superiori?!”

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In quel momento ho capito che sulla scuola avrei messo un bel cartello  “STATE PERDENDO TEMPO!”

Che valore può avere provare a ragionare con i ragazzi sulle cose se poi il presidente degli Stati Uniti d’America, mica il primo che passa, prende i dati scientifici di fenomeni reali e ci accende il camino? Che valore può avere la fatica di cercare di studiare e dimostrare i processi naturali, conoscerli nel profondo senza rimanere sulla superficie delle cose?

Che senso ha cercare di confrontarsi sulle cose in modo rispettoso e spronare i ragazzi a fare questo esercizio di educazione, se il Presidente degli Stati Uniti d’America ha basato la sua campagna elettorale sull’offesa libera e sul qualunquismo?
Che logica e razionalità vado a chiedere in classe ai ragazzi nelle verifiche e nelle interrogazioni, quando Trump è stato eletto dopo aver sbandierato in giro per l’America che costruirà un muro lungo il confine con il Messico e lo farà pagare ai messicani?

Ho pensato “un bel 6 politico per tutti e via!Meno fatica per tutti!”.

Certamente Donald Trump non è l’unico ad aver questo approccio superficiale verso la realtà, possiamo trovare altri esponenti di questa filosofia di vita molto serena anche in tv, ma penso che da presidente degli Stati Uniti abbia più responsabilità derivanti dal suo grande potere. (come ci ricorda Spiderman: https://www.youtube.com/watch?v=Xs03jWlZUH4)

E allora, discutendo delle elezioni con i ragazzi della prima ora (molto contenti di parlare di politica invece di essere interrogati), grazie a Trump ho capito che insegna metterei sul portone della scuola:

“Rather than love, than money, than fame, give metruth.”

(“Non l’amore, non i soldi, non la fede, non la fama, datemi la verità”) di Henry David Thoreau

Ecco quindi quale dovrebbe essere l’insegna di chi insegna, secondo me.

La scuola dovrebbe dirti chiaramente già dal primo mattino che ti aiuterà a trovare la verità della e nella realtà e la verità in te stesso.
O almeno farà di tutto per fornirti gli strumenti per provarci, nel rispetto degli altri.

Forse con una insegna così saremmo un po’ più contenti di entrare a scuola la mattina, anche in mezzo alla nebbia.
Anche – e soprattutto – il 9 Novembre 2016, con Donald Trump presidente degli Stati Uniti D’America.

p.s. Consiglio vivamente la lettura di questo articolo: https://www.theguardian.com/higher-education-network/2016/nov/15/in-the-age-of-trump-why-bother-teaching-students-to-argue-logically.

Per commentare la rubrica scrivi a iaiaoleari@laliberta.info

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