La firma segreta

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Il marasma iniziale (dovuto alle pieghe della “Buona Scuola” e alle connesse peregrinazioni di docenti ad anno scolastico già iniziato) ha fatto sì che, come tanti colleghi, nel primo mese e mezzo di scuola dovessi garantire disponibilità per coprire classi ancora sprovviste dell’insegnante di latino, italiano, matematica. Incontri “estemporanei”, della durata di un’ora o due, con gruppi di studenti non “miei” e che dalle ore buche (poche o tante che fossero) si aspettavano ozio programmato, partite a carte o, nella migliore delle ipotesi, occasioni per svolgere i compiti a casa volutamente trascurati il pomeriggio prima. Questo spiega già perché le ore di sostituzione in classi altrui, situazione a metà tra il domatore e il babysitter, non risultino particolarmente appetibili per gli insegnanti; per non parlare di quando si cerca di proporre, a questi giovanotti che già preventivano sessanta minuti di dolce far niente, un “lavoro” di qualunque tipo: parrebbe fatica sprecata in partenza.

In effetti non c’è particolare gratificazione nel sentirsi sondati da sguardi sazi e tendenzialmente indifferenti, col loro muto messaggio che “non ti conosco e non mi conosci, non mi aspetto niente da te, non voglio avere a che fare con te, devi solo lasciarmi fare quello che mi pare”. Sguardi che hanno veramente il potere di farti sentire un nulla, distante anni luce da questi ragazzi, portatore di qualcosa di cui non hanno bisogno – e che a loro nemmeno interessa. Come evitare, mi sono chiesta in queste prime settimane, che quell’ora sia davvero un “buco”, tempo perso ed insignificante, uno spazio di “niente” per loro e per me?

La risposta mi è venuta incontro, quasi per caso, in un’affermazione di Lewis (riferita dal suo fidato segretario Hooper): “Siamo creature superficiali che giocano con l’alcool, il sesso e l’ambizione quando invece ci viene offerta una gioia infinita; come un bambino ignorante che vuole continuare a fare formine di sabbia in un vicolo, perché non immagina nemmeno cosa sia la prospettiva di una vacanza al mare. Ci accontentiamo troppo facilmente”. È proprio così: è superficialità quel trascinato vivacchiare, che sembra puntare semplicemente a far passare ore e giornate in maniera indolore. Ed è superficialità, alla radice, anche il timore – così tipico dei nostri tempi – di proporre qualcosa che sia bello e impegnativo, di essere esigenti, di domandare un pur minimo sacrificio ad altri (specie se più giovani) anche quando siamo certi che potrebbe valerne la pena.

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Questa cosa la sapeva anche il solito Chesterton, quando ne La serietà non è una virtù paragonava l’animo umano ad una foresta risuonante di voci contraddittorie: un intrico di fantasie, ricordi, timori e misteriose speranze. L’equilibrio, il “controllo di sé” e della propria vita (e dunque la possibilità di sperimentare la libertà) “si raggiungono comprendendo che ad alcune di queste voci bisogna dare ascolto mentre altre bisogna ignorarle”, perché “tutte le necessità nobili dell’uomo parlano il linguaggio dell’eternità”: ed è questo l’unico metro di giudizio sensato per qualsiasi cosa ci passi per la mente o ci capiti di vivere.

Così scopro d’improvviso la mia, di superficialità: perché di questo si tratta, ogni volta che sono tentata di rinunciare in partenza anziché dar credito a quello che c’è nel cuore di un altro – qualcosa che conosco così bene nonostante tutte le differenze di età e di vissuto, perché è anche nel mio. Questo “qualcosa” è ancora Lewis a spiegarlo, ne Il Cielo: “Ci sono state volte in cui ho pensato che non desideriamo il Cielo, ma più spesso mi trovo a chiedermi se, nel fondo del cuore, non abbiamo mai desiderato altro”. Ognuno di noi per tutta la vita insegue qualcosa che lo chiama, e che resta tanto più inesprimibile quanto più è desiderato: una “attrazione segreta”, che parla a lui soltanto e che “gli altri stranamente ignorano”. Questo “qualcosa”, continua Lewis, non possiamo possederlo. E anzi, “tutte le cose che hanno posseduto profondamente la vostra anima ne sono state solo degli indizi – barlumi allettanti, promesse mai completamente realizzate, echi che si spegnevano subito appena vi arrivavano alle orecchie”. Ma se questo “qualcosa” si presentasse in tutta evidenza ai nostri occhi, comprenderemmo che “è quella cosa per cui sono stato creato!”. “È la firma segreta di ogni anima, l’incomunicabile e implacabile bisogno, la cosa che desideravamo prima di incontrare le nostre mogli, i nostri amici o prima di scegliere il nostro lavoro, e che desidereremo ancora sul nostro letto di morte, quando la mente non riconoscerà più né moglie né amico né lavoro. (…)  Se la perdiamo, perdiamo tutto”.

Improvvisamente l’ora di supplenza piovuta tra capo e collo restituisce voce a questo struggimento impresso nella mia carne, che fa capolino nelle cose che amo, nelle letture che mi appassionano, nella musica o nei film capaci di commuovermi, nello sguardo di mio marito e dei miei figli. Che sorpresa accorgersi di come quel breve spezzone di film, quel brano musicale, quella lettura o quella conferenza – così veri e toccanti per me – siano capaci di parlare con la stessa freschezza a questi giovani appena conosciuti. E che meraviglia scoprirsi per questo, pur nella distanza, vicini e colmi di simpatia l’uno per l’altro.

È proprio bello, è sempre bello insegnare: tenere desto il segno di questa “firma segreta”, di questo brandello di eternità che in ciascuno di noi preme e che tutti ci rende così misteriosamente affini.

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