A Cavriago fede battesimale aperta al dialogo con la società

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Il 7, 8 e 9 ottobre il Vescovo visita l’unità pastorale guidata dal parroco don Gonzaga ed intitolata a san Giovanni Battista

“L’oratorio di San Giovanni Battista è il cuore della nostra unità pastorale: tutti i cavriaghesi passano di qui per pregare e accendere una candela”. Don Claudio Gonzaga non ha dubbi mentre in auto mi accompagna verso questo antico tempio. Siamo in località Pratonera, nelle campagne tra Cavriago e Barco. Qui, dove lo sguardo abbraccia campi coltivati e vigneti, sorge la chiesa dedicata al santo protettore del comune di Cavriago nella quale da trecento anni gli abitanti della zona e di tutta la val d’Enza si recano per pregare.
Sulla facciata l’immagine del Battista si erge a protezione delle due comunità rappresentate dalle due chiese. La devozione a san Giovanni travalica i confini di appartennenza politica e civile e coinvolge tutti. Mentre ci apprestiamo a salire in auto per tornare a San Terenziano arriva una persona, attende che saliamo in macchina e poi entra.
Questa antica devozione ha ispirato anche il nome dell’unità pastorale composta dalle parrocchie di San Terenziano e San Nicolò e dedicata appunto a san Giovanni Battista.
Anche il vescovo Massimo inizierà da questo oratorio la visita pastorale del 7, 8 e 9 ottobre, accolto dal parroco don Claudio (che è anche vicario foraneo del vicariato VI della Val d’Enza) e dalla comunità dei fedeli.
Don Claudio può contare sull’aiuto di don Gian Luca (Luca) Cavazzuti per le Messe domenicali e di don Giancarlo Minotta, vicario parrocchiale a Montecchio e referente per la pastorale giovanile del vicariato della Val d’Enza.
Incontro don Claudio nel suo studio a San Terenziano. è il pastore di circa 10mila anime: quasi settemila sono quelle di San Terenziano, chiamata scherzosamente “Il Cremlino” per la sua collocazione cittadina poco lontano dal Municipio, e poco meno di tremila a San Nicolò, detta “Il Vaticano”, dove la città sfuma verso la campagna.

Continua a leggere tutto l’articolo di Emanuele Borghi su La Libertà dell’8 ottobre

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