Lacrime di vittoria

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Consultando il dizionario, il significato della parola “Piangere” è cosi definito:  versare lacrime per forte emozione, commozione, dolore, felicità.

Direi che, come per il sorriso, anche il pianto è uno dei modi che abbiamo per esprimere il nostro stato d’animo, le nostre emozioni. Ultimamente mi sono imbattuto spesso in pianti: penso a quello della mia nipotina, a quello di una cara amica dopo un grave lutto, ma soprattutto penso alle lacrime che i miei ragazzi hanno versato alla fine di queste prime partite di campionato.

Incredibile a dirsi, direi, che, nonostante le belle partite disputate, trovavo regolarmente un ragazzo con la faccia tra le mani. Lacrime di rabbia, di amarezza per chi si è sentito escluso partendo dalla panchina, lacrime di delusione per chi ha fallito un rigore all’ultimo minuto di una partita rocambolesca persa 3-2…

E per un mister pignolo come me, vedere questi quattordicenni “disperati” è stata una bella iniezione di fiducia in ciò che sto facendo. Non ho letto fragilità nelle loro reazioni, ho invece visto attaccamento alla squadra, voglia di dimostrare quanto un giocatore possa valere.  Vedere questi ragazzi – che fuori dal campo sembrano sempre così sicuri e “sbruffoni” – che piangono a dirotto come bambini, evidenzia la loro sensibilità. Bello avere a che fare con ragazzi che hanno sentimenti, personalità, emozioni.

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Ciò che ho spiegato loro, e che a fatica capiscono, è che il ruolo di allenatore non è così semplice. Scegliere per il bene della squadra, ma soprattutto per il bene dell’individuo è una cosa complicata. La delicatezza di questa professione sta in questo: crescere un giocatore ma soprattutto crescere un uomo. Un uomo capace di accettare le scelte, anche le più dure, senza per questo abbattersi, senza avere voglia di volta in volta di mollare tutto. Quanti ragazzi abbandonano lo sport per la loro fragilità d’animo.

Penso ai miei ragazzi nel loro futuro, li penso alle prese con partite della vita ben più importanti, come un colloquio di lavoro: quanti NO si sentiranno dire, quanti “rospi” dovranno ingoiare. Ma non dovranno mai mollare, mai perdersi d’animo: nella vita nulla viene regalato, tutto va conquistato e sudato. “Ma mister non basta mettercela tutta!” mi sento spesso dire “tanto gioco poco, fai sempre giocare quello”.

Parole pesanti, magari che arrivano sospinte dal genitore di turno che crede che il mister ce l’abbia col figlio o che peggio sia un incompetente. Ancora una volta il calcio spiega la vita: perseverare nell’impegno, nel volersi migliorare, nel non accontentarsi mai… alla lunga i frutti arrivano.

Un mio grande collega stamattina mi ha fatto scoprire questa frase: “L’allenatore, come il sarto, deve creare un abito su misura per la propria squadra … Nascondendo i difetti ed esaltando i pregi” (citazione di Antonio Conte).

L’allenatore di Settore Giovanile deve essere sarto non solo della propria squadra in campo, ma anche e soprattutto delle anime dei propri giocatori: non è il buco della difesa che è grave, è più grave il buco nell’autostima dei tuoi ragazzi. E quei difetti vanno ascoltati, capiti e ricuciti.

Oserei dire che davvero l’allenatore è un sarto… equilibrista.

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