A caccia dell’orso

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“A caccia dell’Orso” è un testo davvero molto conosciuto e che potrebbe essere definito un classico della letteratura, considerata la sua importanza e il suo successo. Tradotto in diverse lingue, “A caccia dell’orso” viene pubblicato per la prima volta in Inghilterra nel 1989 e solo undici anni dopo è stato tradotto in italiano; dopo alcuni anni viene ristampato da Mondadori e si aggiudica anche il premio “Miglior Libro Mai Premiato” assegnato dalla giuria del Premio Andersen nel 2013.

“A caccia dell’orso” racconta l’avventura di una famiglia molto coraggiosa e intraprendente che decide di andare a caccia, ma ad una caccia molto particolare ed insolita… a caccia dell’orso. Durante la loro avventura incontrano alcuni ostacoli che devono essere superati per poter proseguire nel percorso, al termine del quale troveranno l’orso tanto desiderato, che però non sembra molto contento di ricevere visite nella sua grotta e inizia così ad inseguirli. Tutti quanti, sorpresi e spaventati, iniziano a scappare velocemente, ripercorrendo all’indietro il percorso appena compiuto, ma questa volta inseguiti dall’orso fino alla porta di casa, che chiudono appena in tempo. Ora che tutti sono nascosti sotto il piumone nella camera da letto e l’orso se ne torna nella sua grotta, i personaggi traggono una conclusione: “A caccia dell’orso non andiamo più”.

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La struttura del testo è composta da frasi in rima, una sorta di filastrocca che vuole arrivare nell’immediato ai bambini per catturare la loro attenzione, ma allo stesso tempo che risponde al loro bisogno di “ritualità” poiché la ripetitività, si sa, è alla base di ogni apprendimento. In questo caso la filastrocca che viene ripetuta prima di ogni azione è volta a superare l’ostacolo incontrato; essa diventa uno strumento di forza che, ripetuto come una sorta di rituale, permette ai bambini di affrontare le difficoltà superando la paura.

Questa ripetitività continua anche nelle illustrazioni di Helen Oxenbury: un alternarsi di tavole grandi in bianco e nero e a colori che danno significato, segnano il ritmo e danno vita alla storia avventurosa. Gli ostacoli che i personaggi si trovano davanti sono rappresentati da immagini in bianco e nero, questo per sottolinearne l’aspetto più incerto e meno positivo. Al contrario, le illustrazioni a colori vanno ad esaltare la positività dell’azione che viene compiuta, ossia il superamento dell’ostacolo.

In questo testo ci sono due aspetti che, in modo particolare, mi hanno fatto riflettere. Il primo riguarda la tipologia della famiglia protagonista della storia: ad una prima lettura viene spontaneo considerare il gruppo una famiglia composta da papà, mamma, tre figli e un cane, ma se ci si avvicina a questo testo con maggiore profondità credo che la chiave di lettura possa essere anche un’altra.

La figura della mamma corrisponde realmente ad essa? Credo che la risposta sia “forse” poiché, se si osservano con attenzione le illustrazioni, potremmo anche essere di fronte ad una sorella maggiore e, quindi, la storia prende una piega diversa, dove è il papà colui che guida i suoi quattro figli in una avventura che quasi potrebbe essere non reale, ma frutto di una sua immaginazione e invenzione. Oppure potrebbe essere la storia della proposta di un papà di far vivere ai suoi figli un pomeriggio differente all’insegna dell’avventura e del contatto con la natura. Io credo che l’elemento chiave sia l’identità che viene data tramite le illustrazioni: in primo luogo l’abbigliamento con vestito bianco, golfino e scarpe più da adulto che quindi potrebbero far pensare molto alla figura materna; in secondo luogo troviamo questo personaggio spesso in fondo al gruppo, quasi volesse controllare che proceda tutto per il meglio e in atteggiamenti protettivi. Sicuramente la libertà interpretativa è d’obbligo e la bellezza di questo testo è racchiusa anche in questo…

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La seconda riflessione invece riguarda la figura dell’orso. Le aspettative del lettore davanti a questo personaggio sono, nell’immediato, legate a sentimenti non positivi: l’orso è arrabbiatissimo perché è stato disturbato durante il suo letargo ed ora ha una gran fame perciò insegue il gruppo fino alla porta di casa per mangiarsi tutti i componenti della famiglia! Se, invece, osserviamo con attenzione ancora una volta le illustrazioni possiamo dare un’altra interpretazione e, nel rivedere il suo ruolo, la storia si trasforma: gli occhi dell’orso non sono mai arrabbiati e nemmeno la bocca viene mai aperta nel tentativo di sbranare. L’illustrazione finale sulla quarta di copertina, dove l’orso ha un’espressione triste e avvilita, potrebbe dar vita ad un’altra chiave di lettura: se l’indole dell’orso fosse buona e lui volesse solamente giocare con il gruppo per passare un pomeriggio in compagnia e non sempre solo chiuso nella grotta? E poi diciamola tutta… un orso non si ferma di certo davanti ad una porta chiusa, no?!!!

Concludendo, possiamo affermare che questo testo offre varie possibilità di lettura, di percorsi e di interpretazioni; è un libro che si presta davvero ad essere utilizzato in tanti modi: può essere osservato, letto, musicato, cantato, ballato, mimato e messo in scena.

Per commentare la rubrica scrivere a  silviabolzoni@laliberta.info 

Pubblicato in Raccontami una storia