Alla fine preferisco i veli

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In questa rubrica non ho mai dedicato una puntata ad un genere fotografico in particolare, ma, con quello che succede in questi giorni, me ne gira uno per la testa e bisogna proprio che ne scriva qualcosa: la fotografia di nudo. Nella mia ormai lunga carriera di fotografo non ho mai affrontato il tema, anzi, a dire il vero, non ho mai scattato una fotografia di questo genere. Genere che, invece, ha immediatamente appassionato tutti coloro che, fin dalla prima metà dell’800, si cimentavano con questa nuovissima tecnica. Si può dire anzi che tutti i grandi maestri della fotografia, prima o poi, lo abbiano affrontato ed essendo io ben lontano da loro, mi pare vada da sé che non abbia mai realizzato uno scatto di questo tipo. Come scusa potrei anche accampare il fatto che spesso mi sono ritrovato a dire che davanti ad una donna senza veli, l’ultima cosa che mi verrebbe da pensare è quella di farle una fotografia. ‘Honni soit qui mal y pense’, infatti sono felicemente sposato da più di 35 anni e tutti con la stessa persona e non farei altro che passarle semplicemente un asciugamano o, per stare in argomento, dei veli.

Che il corpo umano, nel suo pieno vigore, sia una delle meraviglie del creato è un assioma, l’avevano ben capito gli scultori greci che per primi fissarono i canoni di questa bellezza, nelle splendide statue che sono arrivate fino a noi, non ne cito nessuna, sicuro della vostra buona memoria, ma qualche immagine può rinfrescarvela

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Afrodite di Milo, Parigi, Louvre

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Cronide di Capo Artemisio, Atene, Museo Archeologico

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Che dire poi della pittura e delle altre arti figurative con altrettanti splendidi lavori? Poteva mancare la fotografia? Sicuramente no!

Ma che cosa c’entra tutto questo con la rubrica? Se portate pazienza ancora un attimo ci arrivo.

La fotografia oggi come si esprime? Fa quello che né più né meno fanno tutti di questi tempi: apparire più che essere. Negli anni del dopoguerra nasce, nel cinema, il fenomeno del neorealismo, in cui i registi raccontano storie della vita quotidiana, specchio nella dura realtà dell’epoca, facendo però trasparire sullo sfondo sempre la speranza e la voglia di riscatto da un passato da dimenticare e da lasciarsi alle spalle. È dello stesso periodo la nascita della fotografia sociale, nella quale la denuncia e la voglia di rinascita erano costantemente presenti. Questo per dire che le arti sono pur sempre lo specchio dei tempi in cui nascono e si sviluppano ed è inevitabile pensare che il nostro modo di vivere oggi sia il tempo dell’apparire più che dell’essere, lo dicevamo più sopra.

In fotografia tutto questo diventa il regno del fotoritocco, del modificare al meglio quello che ci sta davanti, per cercare di farlo apparire migliore, ma così in fondo diventa un’altra cosa rispetto al reale. Allora si scattano e si modificano tante immagini per trovare il meglio, che, diceva qualcuno, è nemico del bene. Capita anche, ed eccoci a bomba, di farli senza veli questi scatti, che vanno poi condivisi, perché se non li vede nessuno, come facciamo ad apparire? In seguito ci si può pentire di aver schiacciato il tasto invia, ma è troppo tardi: la Rete non perdona, raccoglie tutto tenendoselo ben stretto ed a mente; che si chiami ‘Rete’ proprio per questo motivo? Hai voglia dopo a chiedere il diritto all’oblio!

Benedetti i tempi del negativo, quando per stampare una copia dovevi andare dal fotografo e aspettare qualche giorno per averla.

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Dalla serie Saloon Mario

Concludo con una piccola storia: anni fa feci un lungo reportage nelle discoteche dell’Emilia Romagna, allestendo una sala di posa in un angolo all’interno del locale, con i flash, il cavalletto e uno sfondo nero. (vedi foto a fianco)

Chi voleva farsi il ritratto veniva avvisato che questo sarebbe poi stato usato per allestire una mostra fotografica, di natura antropologica, sulle persone che frequentavano le discoteche. Una giovane ragazza, come tanti altri, mi chiese di farle il ritratto, aveva addosso dei veli, ma di quelli tanto trasparenti da lasciare veramente poco spazio alla fantasia. Dopo aver posato per la fotografia, mi chiese se poteva averne una copia e così le lasciai l’indirizzo: due giorni dopo me la vidi capitare in studio molto imbarazzata, per non dire che si vergognava proprio!

Non solo non voleva la fotografia, ma mi chiese molto gentilmente di non stamparla e quindi di non usarla per la mostra. Lo feci molto volentieri, infatti lo scatto non è mai uscito dal mio archivio.

Alla prossima!

Per commentare la rubrica scrivi a giuseppemariacodazzi@laliberta.info

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