Vivere è rispondere

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“Grazie prof per questi bellissimi anni, mi mancherà da morire quel banco. Grazie per avermi fatto crescere”. “Non la dimenticherò, non si dimentichi di me. Grazie per tutte le cose belle che ci ha raccontato”. L’icona di WhatsApp compare sul telefono appena riacceso, dopo la lunga sessione giornaliera di orali degli Esami di Stato: scopro così i messaggi inviati da alcuni studenti non appena terminate le loro interrogazioni.

“Grazie per tutte le cose che ci ha raccontato”: questa espressione mi fa sorridere. Mio marito me lo rinfaccia sempre, che probabilmente ho scelto di insegnare anche per il gusto di blaterare di tutto quello che mi piace (per la cronaca, ha ragione). E a volte in classe hai davvero l’impressione di essere lì a raccontare una specie di fiaba o la trama di un improbabile film, la campanella che suona sul più bello e qualcuno che chiede “no aspetti, ci dica come va a finire!”.

Adesso tocca a loro raccontare, a questi ragazzi che stanno concludendo il loro percorso scolastico. Li scorgo trepidanti fuori dall’aula in cui si interroga, indecisi se attendere il proprio turno ripassando o ascoltando il compagno di classe “torchiato” in quel momento; tutti sospesi tra desiderio di fare bene e paura di sbagliare quando, finalmente entrati – un po’ impacciati nei loro vestiti eleganti, più curati del solito –, armeggiano col videoproiettore per presentare le slide della loro tesina di inizio colloquio. E che bello sentire ognuno di loro parlare di qualcosa che lo ha colpito, che ha attratto la sua curiosità, che gli ha fatto venire voglia di approfondire, di capire.

orale

 

Oggi sono in tanti a sostenere che tutto sia racconto: la realtà concepita come “costruzione sociale”, come risultato di diverse narrazioni, reciprocamente concorrenti e funzionali a differenti interessi conflittuali. In questa prospettiva non ci sarebbe spazio per alcuna verità: esisterebbe per l’appunto solo un racconto, una “versione del mondo” capace di imporsi storicamente sulle altre e di farsi passare per “vera”. È questa la pesante ipoteca gettata da Marx, Nietzsche e Freud (non per niente Paul Ricoeur li definiva “i maestri del sospetto”) sulla possibilità per l’uomo di conoscere il reale, il bello e il brutto, il giusto e l’ingiusto: un dubbio radicale gettato sulla consistenza stessa delle cose, che potrebbero apparire a noi in qualsiasi modo a partire da un diverso punto di vista, diventare tutto e il contrario di tutto a seconda della narrazione prescelta e del linguaggio utilizzato.

Questo tipo di posizione, oggi più viva ed operante che mai anche sul piano di tante rivendicazioni socio-politiche, mi ha sempre interrogata molto: a che serve studiare, ricercare, conoscere, insegnare, se possiamo aspirare al massimo ad entrare in contatto con ingegnose e longeve menzogne? A che servono la scuola o l’università, in questa prospettiva?

Forse non a caso, proprio nel primo giorno di orali riaffiora alla mente una citazione chestertoniana sulle narrazioni: “Le fiabe non hanno la colpa di infondere paura nei bambini, o qualunque forma di paura; non sono le fiabe a formare nei bambini il concetto del male o del brutto: esiste già, nel bambino, perché già esiste nel mondo. Non sono le fiabe a dare al bambino la sua prima idea di orco. Ciò che le fiabe gli danno è la prima idea chiara della possibile sconfitta dell’orco. Il bambino ha conosciuto intimamente il drago fin da quando possiede l’immaginazione. Ciò che la fiaba gli offre è un San Giorgio che uccida il drago” (G. K. Chesterton, L’angelo rosso). Il punto è proprio questo, ed è paradossale; non è vero che tutto il reale si riduce ad una narrazione, semmai è vero il contrario: al cuore di ogni narrazione, anche la più fantasiosa ed immaginifica, sta in agguato un frammento di verità pronto a catturarci. Lo riscopro ogni giorno nella mia esperienza, lo rivedo ora negli occhi di questi miei ragazzi tutti protesi a raccontare, ciascuno con i propri mezzi, cosa l’ha incuriosito, infiammato ed appassionato – fosse anche la fiaba Momo di Michael Ende o un manga/anime giapponese dalla trama quasi splatter. Una scheggia di realtà, un punto di osservazione particolare che a quella persona ha spalancato tutto il mondo. Da parte sua Chesterton ne era così certo da paragonare il mondo stesso – con tutti i suoi dettagli – al meraviglioso scenario della più splendida opera teatrale mai realizzata, tutto pervaso del desiderio del Creatore che i personaggi di questa grande storia avessero la vita, e l’avessero in abbondanza. Forse è vero: la nostra vita è un racconto, il più incredibile e reale che ci sia. E un continuo rispondere è questo nostro vivere: raccogliere l’invito di quella Parola terribile e magnifica che, raccontandoci a noi stessi, ci chiama a esistere.

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