Il sogno dopo

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Undici metri è la distanza che separa da un sogno. Non solo quello di una squadra ma quello di un’intera nazione incollata alla tv. Non c’era nessuno per strada sabato sera. Erano tutti allo stadio di Bordeaux: chi per davvero, chi con la mente e col cuore a trepidare per la nostra nazionale.

Italia – Germania, l’eterna sfida: la razionale e rigorosa Germania contro la generosa Italia, tutta sentimento e orgoglio. Stavolta contro avevamo i campioni del mondo in carica, ma non si vedeva alcuna differenza.

Era palese che non eravamo brillanti e spumeggianti come contro la Spagna, eppure abbiamo imbrigliato la “macchina da guerra” tedesca: partita bloccata dalla sapienza tattica tipicamente italiana. Le due squadre hanno giocato in maniera speculare. I campioni del mondo ci temevano. Per chi ama lo spettacolo sicuramente non è stata una partita bella.

Per chi ama il calcio è stata una partita dalle forti emozioni: sempre in bilico, appesa al filo dell’errore. Chi avrebbe sbagliato di più sarebbe capitolato.

Dopo l’uno a zero per loro pensi che sia finita. Ma non fai mai i conti con la tenacia italiana. Del resto se per secoli abbiamo dominato il mondo in lungo e in largo un motivo ci sarà. Arriva il pareggio. Lo spauracchio azzurro mina la certezza teutonica.

E lì inizi a credere che anche stavolta il sogno si avvera. Non lo dici apertamente, perché la scaramanzia fa parte del calcio, ma nella mente ci credi. Sai che nelle partite da dentro o fuori ad un certo punto gli schemi saltano, le forze si esauriscono e anche un piccolo episodio può decidere la gara sovvertendo i pronostici dell’inizio.

Arrivano i supplementari e la mente corre al gol di Grosso nel 2006. Triplice fischio. Partita finita sull’uno a uno. Odio i rigori. Quante volte ho visto l’Italia perdere dopo questa “drammatica” lotteria. Ma fanno parte del gioco: un singolar tenzone tra il portiere e il rigorista di turno. Un duello da Far West.

L’epilogo lo sappiamo tutti. “È solo calcio” ripete chi vive questo sport in maniera di staccata. Ma per chi gioca o ha giocato lo sa che non è solo calcio.

Dietro ad una partita c’è molto di più. C’è un progetto ambizioso, un traguardo da raggiungere tra soddisfazioni e sofferenze, tra rinunce e fatica. Ci sono allenamenti duri, rimproveri del mister, per non parlare degli infortuni o della tensione da gestire.

Eppure è dalle ceneri di questo sogno infranto che vedi nascere germogli. Scopri quanto gli idolatrati giocatori siano veri uomini nella fragilità delle loro lacrime post-partita. Tocchi con mano quanto lo spirito di gruppo incida e faccia la differenza: del resto il senso della vita è racchiuso in quel “mettersi al servizio degli altri” che tante volte sentiamo dire.

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Ventitre ragazzi uniti e amalgamati che hanno lavorato uno per l’altro incessantemente. A loro va aggiunto lo spirito del condottiero, Antonio Conte, che ha fatto del gruppo la forza di questa nazionale. Dove non arrivano talento e bravura arrivano la passione, l’amore per ciò che si fa e l’umanità fatta di fatica, gioia e lacrime non trattenute. Questa è la bella eredità che la nazionale di Conte lascia dopo questo torneo.

Questo è l’esempio che finalmente i grandi danno ai più piccoli: lo spirito di abnegazione, il sacrifico, essere disponibile per i propri compagni sono quelle componenti che alla lunga pagano sempre.  Una partita può essere l’esempio su come si diventa grandi uomini.

Se il lieto fine appartiene solo alle favole, la vita ci insegna che da ogni epilogo, bello o brutto che sia, può nascere qualcosa di buono. E lì, tra favola e realtà, fluttuano i nostri sogni pronti a ricordarci che la parola “fine” è solo un incidente di percorso. È dalle più sconfitte più brucianti che nascono le imprese più importanti.

Il sogno dopo è già cominciato…

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