Il corpo incorrotto della Beata Scopelli

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Eccoci giunti alla terza puntata del testo del 1674 sulla beata Giovanna Scopelli (che pubblichiamo in vista della sua memoria liturgica, il 9 luglio) che il nostro collaboratore Daniele Rivolti ha riscritto e commentato.

La morte della Beata.
Il discorso alle consorelle
“Infine venne il desiderato giorno di liberarsi dall’esilio di questa valle di miserie e di godere la patria col suo dilettissimo Sposo, che invitandola personalmente le rivelò il giorno della sua partenza dalla vita mortale. A chi vive bene sembra mille anni ogni momento, in cui si vede lontano da Dio sommamente amabile e godibile eternamente: desidera morire alla vita presente, che quanto sia breve… l’insegnò Sant’Agostino… Ciò sia detto per esprimere il gran guadagno, che fece la nostra Beata nello spazio di questa vita mortale e quanto perde chi non s’impegna nell’acquisto del felice stato immortale. (La Beata) diede notizia della sua fortunata partenza (per il Paradiso) alle amantissime figlie, che sconsolate per la privazione della loro Madre e Maestra per esser (lei) l’Idea della virtù, furono consolate dal soffio dello Spirito Santo, che la Beata esalò dal cuore, e dalla (sua) lingua con parole degne di una Vergine prudentissima. Assalita dalla febbre nel mese di Giugno 1491 e convocate le Monache parlò così:
«Mi consolo nel vedervi, ma non mi sazio, perché vi amo di cuore. Una gioia preziosa come il Paradiso si stima e si ama dall’anima, ma non si finisce mai d’amare. Non è nella nostra libertà, figlie, vivere di più… Si può vincere la morte, ma non fuggire. Nel corso di questa vita dobbiamo affaticarci per vivere sempre, ma non curar di vivere nel tempo, se non quanto n’ha disposto il nostro Sposo comune. Tutto ciò, che il mondo dona da godere, in sostanza è inutile; il suo maggior piacere è maggiore vanità. Niente è importante se non desiderare la virtù, disse il Savio. Noi Religiose siamo tenute in virtù della nostra professione ad ascendere con l’aiuto del Signore a maggior grado di perfezione, quanto più andiamo avanti in questa fragile vita… Chi sa quanto pesa l’offesa di Dio, (egli) ha in orrore il peccato più di tutto l’inferno: e chi è vero amante del Signore non cessa di piangere i propri o gli altrui peccati; infatti la riflessione dell’anima, nel conoscere Dio quale sommo bene, è causa del fatto che chi lo ama non vorrebbe che fosse offeso dalle sue creature. Io sono avviata, anzi a volo mi porto verso l’Eternità: pregate per me figlie care, che il mio Sposo perdoni i miei falli, ed accolga nel suo santissimo costato questa mia anima, che comperò col suo preziosissimo sangue. Osservate i voti, che professate; amate Gesù e non mancate di essergli fedeli; state unite con vincolo di carità, che così godrete anche in terra un Paradiso di intima pace»”.

Leggi il testo integrale del saggio di Daniele Rivolti su La Libertà del 25 giugno

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