Sulle ali della chimica

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Nel passaggio da studentessa universitaria a prof, una delle cose più traumatiche da affrontare è stato il sabato mattina. Quando sei all’università ti dimentichi della sua esistenza, è una parte della settimana che non dura più di due/tre ore e, con la possibilità di dormire a oltranza, ti scordi in fretta di quanti sabati hai passato sui banchi di scuola; diventare prof te lo fa ricordare molto in fretta.

È già un trauma riscoprire che effettivamente esistono ore ad una sola cifra anche il sabato, ulteriormente impegnativo è avere la prima ora di lezione in quinta: per questi motivi io e il sabato non siamo andati molto d’accordo inizialmente. Una volta capito però che durante la seconda ora, “buca”, potevo uscire da scuola e andare a fare colazione senza dover presentare nessuna giustificazione firmata (“ricordati che adesso sei una prof!”) la riconciliazione è stata immediata e il sabato mattina è diventato uno dei miei giorni preferiti.

È stato proprio durante un sabato inoltre che ho vissuto uno dei momenti più belli e particolari di questi sei mesi da prof di chimica.

Era la mattina destinata a fare le foto di classe, quindi grande allegria generale per il momento in sé, in cui si va ad immortalare ufficialmente con i compagni di (s)ventura un anno scolastico, ma anche tanta euforia perchè tutto questo comportava perdere un’ora di lezione.

Dopo aver fatto la foto con la classe, con grande emozione e grandi domande del tipo “come si mette in posa una prof? Così sembro una studentessa? Se mi metto invece così sembro un prete nella foto della prima comunione con i bambini? Devo mettermi un cartello? Cosa ci faccio qui?” saluto i ragazzi – ormai l’ora è terminata- e mi avvio verso il cancellino d’uscita.

Passo vicino alla striscia di prato che divide gli studenti dalla libertà e noto un simpatico aeroplano di carta dolcemente conficcato a terra: alzo lo sguardo e capisco subito da dove viene.

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So con certezza che proviene da una delle mie classi perché ho visto diversi prototipi schiantati a terra qualche minuto prima. Durante la settimana appena terminata ai ragazzi è stato proibito in modo tassativo l’utilizzo del cellulare in qualsiasi momento perché il loro utilizzo sfiorava la dipendenza; in mancanza quindi di qualche app a cui giocare hanno riscoperto la nobile arte degli aeroplanini. Mi avvicino per raccoglierlo e noto qualcosa di famigliare: non è un aeroplano fatto con un foglio di brutta (anche perché molti ragazzi non sentono la necessità di portare a scuola quaderni o oggetti obsoleti simili su cui scrivere) ma è fatto di carta stampata, di un libro di scuola. In particolare riconosco il carattere del testo, leggo e ho la conferma: è fatto con l’indice del libro di chimica!

Ma non è finita qui, perché ogni lettera dell’alfabeto presente in grassetto nel sommario è presa come lettera iniziale per una nuova parola imparata durante l’anno scolastico e – attenzione, attenzione – stiamo parlando non di vocaboli italiani, non inglesi ma bensì parole proveniente dall’urdu, lingua parlata in India e Pakistan che tanto fascino ha esercitato negli studenti di madrelingua italiana.

Chiaramente le parole che sono presenti sono quelle che per prime si imparano quando si conosce una nuova lingua, ovvero le cosiddette parolacce.

Con un quadro così mi sarei aspettata un moto interiore di rabbia e depressione per lo sfregio al libro e alla materia; in realtà la reazione è stata opposta, una grassa risata e una grande senso di leggerezza.

Ecco cosa mi ha ricordato quell’aeroplanino: che ci posso e ci devo mettere tutto l’impegno per fare bene il mio lavoro, per dare ai ragazzi gli strumenti per imparare e leggere la realtà (e questa è una responsabilità che pesa come un macigno, da rimanerci secchi), ma comunque la vita rimane immensamente più grande e, sperando e lavorando per fare bene il proprio pezzo, possiamo prendere le cose con un po’ più di leggerezza dando loro il giusto peso e il giusto spazio.

Ricordando le parole di Calvino: “Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore.”

E allora quell’aerplano non è un nemico, ma un alleato che mi ricorda che la vita dei ragazzi non è solo a scuola, che hanno sogni e speranze che li spingono fuori e che anche la chimica potrà farli volare un giorno.

Che fare quindi? Si raccoglie l’aeroplano, si fa firmare ai ragazzi e si tiene come ricordo del primo bellissimo anno da prof.

Per commentare la rubrica scrivi a iaiaoleari@laliberta.info

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