Sarà perchè ti amo

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Che confusione, sarà perchè ti(fi)amo è un’emozione che sale piano piano …”, ascoltate queste parole in una curva allo stadio e vi garantisco che la pelle d’oca è garantita.

Già, perché il calcio senza di loro, senza i tifosi, non può esistere. E per una volta non parliamo di violenza, di esagerazione e di ultras che poco hanno a che vedere con lo sport; stavolta parliamo dei tifosi veri, quelli con la V maiuscola. Per chi abita la curva, i novanta minuti della partita sono come “fare l’amore” con la propria amata.

Chi come me vede il calcio dalla panchina, vicino alla riga del fallo laterale, può solamente intuire ciò che prova un tifoso: per lui il calcio è cuore, istinto, irrazionalità. Per me deve anche essere ragione, soprattutto quando a giocare sono i più piccoli. Non si può essere mister e tifoso allo stesso tempo.

Recentemente ho avuto la fortuna di assistere a Italia-Belgio, partita del campionato europeo in corso in Francia. Ma la vera fortuna è stata quella di intraprendere questa esperienza con tre amici: Riccardo, Fabio e Michele che della curva e del tifo ne fanno quasi una religione. Trasferta organizzata quasi in maniera maniacale (a proposito consiglio a tutti di partecipare almeno una volta nella vita a un grande evento sportivo), Lione ci ha accolti con un’atmosfera sobria e di festa.

Gli scontri e i temuti attentati che funestavano la vigilia della nostra partenza si sono dissolti come il tifo belga dopo il raddoppio di Pellè al novantesimo. Emozionante cantare e fare baldoria con i tifosi avversari il giorno prima della partita: un crogiolo di colori e di voci tutti uniti da un’unica grande passione.

Questo è il tifo sano, quello che aggrega e non divide. Quello del rispetto per gli altri.

tifo-azzurro

Impagabile cantare l’inno italiano abbracciati l’un l’altro fusi in quel sentimento di appartenenza che forse solo allo stadio, purtroppo, spicca cosi forte. Il tifoso è come se facesse parte della squadra, come se in campo scendesse anche lui. Guardavo i miei tre amici professionisti dell’hashtag e dei social, perché tifare significa anche condividere, che hanno fatto della maglia azzurra la loro seconda pelle per tre giorni ininterrottamente: sempre aggiornati su ogni risultato e su le tutte le news che giungevano dal ritiro della nazionale.

Il rapporto tra un tifoso e la propria squadra è amore allo stato puro: un crescendo di emozione e adrenalina, come se la partita fosse sempre il primo appuntamento con quella che sarà la donna della tua vita. Andare allo stadio è un po’ come se si andasse alla prima in un grande teatro: il tornello diventa il moderno foyer prima di arrivare al proprio posto. E li davanti c’è il palco coi suoi attori pronti a recitare la commedia della pedata (la partita non può essere mai una tragedia) davanti a un pubblico esigente come quello teatrale ma così innamorato da perdonare questa o quella stecca degli undici tenori in campo.

E come in ogni amore quanto sono tumultuose le sensazioni che si provano durante quei novanta minuti tra parate e occasioni!  Essere in curva è come sentire un cuore che, tambureggiante, batte all’unisono per i colori della tua squadra.

Questa è la faccia bella e pulita del calcio. Quella che dovrebbe apparire ogni giorno sui giornali. O quella che dovrebbe riempire i campetti di periferia durante le partite dei Pulcini o dei Giovanissimi dove ad imperare sono invece troppo spesso insulti e litigi.

Tifare è sinonimo di amicizia, di condivisione, dello stare insieme e sciogliersi in un abbraccio dopo il gol di Giaccherini è stata la dichiarazione d’amore più bella che abbiamo fatto alla nostra nazionale.

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