#ilcalcioèdichiloama

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Siamo giunti a fine stagione: tornei finiti, campionati terminati cosi come gli allenamenti. Come ogni anno è stata una stagione densa e impegnativa. Dopo i saluti di rito alla cena sociale ti rimane solo una domanda: cosa rimane del lavoro che hai fatto?

Quando si lascia una squadra è una domanda che sorge spontanea: cosa ho lasciato di mio ai ragazzi? Devo confessare di avere più attinto io da loro che viceversa. Dei bambini mi piace molto la loro schiettezza, il loro modo di vedere le cose: non sono costruiti o finti. Loro dicono ciò che pensano, non hanno filtri e soprattutto non sono corrotti da nulla ma sono portatori sani di passione allo stato puro. Di vita oserei dire. Difficilmente si creano problemi, a meno che a mettergli la pulce nell’orecchio non siano i genitori.

Lasciare una squadra è un po’ come lasciare un grande amore: certi amori sono impossibili, non si può egoisticamente tenere una squadra (o una persona) solo per sé perché magari vince o perché è fatta di giocatori simpatici. Così come una persona: a volte non basta amare se non sai guardare a fondo chi ti sta vicino. Si ama per far felice l’altro, non solo se stessi. E alla fine un allenatore per troppi anni… stufa. Il loro futuro non dipende solo da quel mister, ma anzi, cambiando avranno modo di crescere e confrontarsi con metodi e persone diverse che arricchiranno il loro bagaglio tecnico e culturale.

Per fare questo mestiere bisogna amare il calcio, amare i propri giocatori. Altrimenti tu mister non riuscirai mai a dargli tutto della tua esperienza, del tuo entusiasmo e della tua umanità. Non si allena per vincere la domenica, si allena per vincere altre partite: che sia quella della carriera calcistica o quella della vita di tutti i giorni.

È nell’eredità che lasci che sta il tuo lavoro: non solo l’eredità di un gesto tecnico imparato ed eseguito, ma nel modo in cui un bambino cresce.

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L’altra sera mi è capitato di rimanere incantato da mia nipote che ha appena compiuto una settimana di vita: è per lei così come per i “miei” bimbi che bisogna credere di migliorare questo mondo. Ai bambini il primo messaggio da trasmettere è che la felicità la si ottiene solo stando in mezzo agli altri e solo grazie agli altri, soprattutto grazie alle persone che si amano.

Quante volte questo mondo prova a farci credere che badare solo a noi stessi sia sufficiente per essere felici. Non è solo con l’io che si vive, ma il senso di tutta la vita passa attraverso il noi. È nel progetto di vita, di amore, che guarda al futuro che sta l’unica e vera eredità che lasciamo ai più piccoli. E ancora una volta il calcio, come metafora della vita, mi viene in soccorso: in campo siamo un NOI.

Un’amalgama di tante individualità che rendono una partita di calcio qualcosa di meravigliosamente inspiegabile. Se ai bimbi avessi anche solo lasciato una briciola di questo pensiero mi posso ritenere quasi soddisfatto.

Ai genitori dei bimbi, che ho ringraziato per il supporto e la pazienza, ho raccomandato di sostenere i propri figli in questa “avventura” che è il calcio: praticare questo sport è la prima decisione presa in totale autonomia da questi bambini. E come tale devono gestire da soli cosa significa giocare a calcio e appartenere ad una squadra, con le sue regole, le sue delusioni e le tante gioie che solo questo sport sa regalare. Del resto, il calcio così come un grande amore, ha le sue tante sfumature belle o brutte che siano, ma per amore di quella sfera magica tutto può accadere.

A proposito: ieri sera, dopo tanto tempo, ho rivisto il mio di grande amore, quello vero: la sensazione è sempre uguale… ecco, mi piacerebbe che un giorno quando incontrerò i miei giocatori, per loro la sensazione rimanesse sempre quella di vedere il “loro” mister.

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