Lieti nel buio

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Io ho una visione – io so/ che i pagani ritorneranno. Essi non verranno su navi da guerra,/ non devasteranno col fuoco,/ ma i libri saranno il loro unico cibo,/ e con le mani impugneranno l’inchiostro./ […] voi li riconoscerete da questi segni:/ lo spezzarsi della spada,/ e l’uomo che non è più un cavaliere libero,/ capace di amare o di odiare il suo signore./ Sì, questo sarà il loro segno:/ il segno del fuoco che si spegne,/ e l’Uomo trasformato in uno sciocco,/ che non sa chi è il suo signore./ […] da questo segno li riconoscerete,/ dalla rovina e dal buio che portano;/ da masse di uomini devoti al Nulla,/ diventati schiavi senza un padrone,/ da un cieco e remissivo mondo idiota,/ troppo cieco per essere disprezzato”.

A pronunciare queste parole è Alfred, re del Wessex e protagonista de La ballata del cavallo bianco, poema pubblicato da Chesterton nel 1911 (magistralmente tradotto in italiano da Annalisa Teggi nel 2009). Il componimento trae spunto da una vicenda storica: la battaglia di Ethandun (o Ethandune), che nel maggio dell’878 vide contrapporsi le forze di Alfred, re cristiano del Wessex, e Guthrum, condottiero dei Vichinghi di Danimarca. L’Inghilterra non era ancora uno stato unitario, regni e principati soccombevano all’impetuosa avanzata dei Danesi sull’isola. Sappiamo che, contro ogni aspettativa, ad Ethandun la potenza danese risultò sconfitta: tanto che lo stesso Guthrum si arrese e si fece battezzare.

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Alfredo il Grande, re del Wssex

Il poema di Chesterton prende avvio dal cuore del dramma: l’esercito di Guthrum, imponente per forze e per violenza, incombe ormai alle porte del Wessex. Alfred lo ha già affrontato in passato, ma le sue truppe sono prostrate, mentre il suo avversario cresce in potenza ogni giorno di più. Ciononostante egli decide di combattere ancora, circondandosi di compagni fidati: e la vittoria gli arriderà. Come sappiamo, tuttavia, la pace non porrà fine ai tentativi vichinghi di conquista: nella Ballata lo stesso Alfred, seppure vittorioso su Guthrum, ci viene presentato fino alla fine come impegnato a difendere la propria terra. E proprio in questo secondo momento, poco prima di apprestarsi a combattere ancora una volta i Danesi per difendere Londra, Alfred riceve in dono una visione e pronuncia le sue vertiginose parole. A un primissimo sguardo potrebbe sembrare la versione inglese del Qoelet: il riconoscimento della vanità di tanto combattere e soffrire, un così grande eroismo già vanificato dal nemico sempre incombente con la sua barbarie, capace di assumere forme ancor più insidiose e mortali.

Per certi versi è davvero così: nella visione di Alfred si profila la descrizione del nostro mondo, così autosufficiente e sicuro di sé e così esposto all’incombere del Nulla. Ben più che ai tempi di re Alfred conosciamo il volto della brutalità insensata e cruenta, che colpisce intere popolazioni sulla terra o che semina orrore e inquietudine nel cuore delle nostre sazie giornate. E conosciamo anche i “pagani armati di inchiostro”, che nel silenzio ovattato di consessi, leggi e manipolazioni linguistiche insinuano che nulla è come sembra, che niente ha significato, che non esiste “verità” che non sia arbitraria costruzione storica, sempre rivedibile; e riducendo la realtà a grumo indifferente e privo di evidenze non annientano la vita ma infiacchiscono il cuore, “mettendo a posto ogni cosa con parole morte”.

Eppure la vicenda di Alfred, un vincitore immediatamente costretto a combattere ancora, mi colpisce forse ancor di più per la capacità di dar voce al riverbero profondo di tante nostre giornate, di tante vittorie inutili, di infinite battaglie che ci logorano senza portarci in alcun luogo, della stanchezza e dello sconforto per la nostra sostanziale impotenza.

Proprio per questo nelle sue parole c’è molto più che la semplice constatazione dell’inutilità delle lotte e dei sacrifici degli uomini. La vittoria di Alfred non è mai stata certa, e nemmeno alla fine della sua avventura lo è: egli non sa se l’idolatria prevarrà, quel giorno a Londra come nelle vicende umane – “la mia visione non lo dice; e io non vedo altro”. Ma è proprio qui, come in controluce, che emerge la domanda fondamentale. Dove va la storia, verso cosa ci portano le fatiche umane? Di chi sono il tempo, i millenni e le ere, chi è il signore che ne dispone? All’inizio della vicenda, nel momento in cui la guerra contro Guthrum sembra già persa in partenza, appare ad Alfred la Vergine Maria: non a portargli profezie consolanti o assicurazioni di vittoria, ma a dargli una conferma. Le cose vanno male e potranno persino volgere al peggio; però, mentre i nemici di Alfred “scrutano le stelle,/ per segnare gli eventi e i trionfi”, “gli uomini segnati dalla croce di Cristo/ vanno lieti nel buio./ Gli uomini dell’Est studiano le pergamene,/ per conoscere i destini e la fama,/ ma gli uomini che hanno bevuto il sangue di Cristo/ vanno cantando di fronte alle ingiurie”. È questo il paradosso di Alfred, in virtù del quale egli può lanciarsi al galoppo verso la battaglia sulla pianura, “pur nel dubbio”; è questo il paradosso di ogni nostra giornata, delle piccole e grandi battaglie, di tutte le nostre imprese: questa inconsapevole certezza, che chiede il nostro “sì”.

Proprio in questi giorni volge al termine il mese di maggio, nel quale ci affidiamo particolarmente alla potenza di un “sì” attraverso cui si è fatta strada la luce nella Storia. Non ci sarà risparmiato nulla di questi nostri tempi, nulla nelle nostre giornate. Non saremo preservati dalla nostra battaglia e dalla fatica della semina, non sarà in nostro potere decidere quali frutti raccogliere e quando. Ma lieti, nel buio, avanziamo: pieni di dubbio e di timore, eppure certi che l’infinito Bene è già entrato nel mondo, per sempre.

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