Calcio biologico

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Si respirava calcio quel giovedì sera. Il calcio del maestro Nils Liedholm, quello che sembra cosi lontano da ciò che questo sport è oggi. Eppure è proprio grazie al Barone svedese se abbiamo avuto il Milan di Sacchi prima, il Parma di Scala poi… L’Inter di Mourinho non era poi così diversa dal Milan di Rocco.

Ma oltre a respirare passione si respirava semplicità, ingrediente del calcio biologico di cui Nevio Scala ha raccontato in una Sala Civica, ahimè semideserta, quel giovedì sera a Guastalla. Sicuramente se il titolo della serata fosse stato “come far diventare campione il proprio figlio” la sala sarebbe stata gremita.

Invece si è parlato della nuova idea di calcio che il presidente del Parma Calcio 1913 coltiva per uno sport migliore. Nevio Scala, contadino che si è ritrovato a fare il giocatore “per portare a casa qualche soldo in più” nell’Italia del dopo guerra. Uno di quei mediani generosi e instancabili, che ha fatto della forza di carattere il suo biglietto da visita.

Il biologico fa subito venire alla mente qualcosa di pulito, di non avvelenato. Trasferendo il concetto nell’altro campo, quello da calcio, la trasparenza nella gestione finanziaria e di una società è la prima cosa che è stata citata. Nelle aziende bio si produce  per mantenere in vita l’intero sistema agricolo, investendo su se stesse. Sono le cosiddette aziende a chilometro zero. Facilissimo fare un paragone con una società di calcio: investire nei settori giovanili, enormi campi di grano dalle spighe rigogliose.

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Ma quante volte si coltivano male questi campi, usando “pesticidi” per vincere. Mi vengono in mente quegli agenti chimici che possono essere procuratori, dirigenti, giornalisti, allenatori o addirittura genitori. Crescere per poi vincere richiede tempo, investimenti, costi, un po’ come coltivare la terra in maniera sana.

Il mister è il contadino/educatore che deve provvedere a crescere le sue “piantine”. Basti pensare a un agricoltore che ama il suo lavoro: la meticolosità con cui cura le sue coltivazioni: potare, zappare, irrigare tutte operazioni che richiedono fatica e sacrifico per poi raccogliere frutto. E questo è il compito di ogni allenatore: educare, correggere, curare, insegnare con pazienza e benevolenza.

Il segreto del Parma di Scala, che a metà anni Novanta vinceva in Europa, era molto semplice: era un gruppo di persone vere. Questo è il messaggio del calcio biologico: riscoprire l’umanità nei rapporti tra le persone. Il rispetto, la fiducia, tra mister e giocatori, tra dirigenti e famiglie, tra società che militano nello stesso campionato. Idee lontane dal calcio stereotipato di oggi.

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Nevio Scala con un grande tifoso del Parma e oggi allenatore in una Scuola Calcio

Quanti allenatori bruciano i ragazzi per vincere questa o quella partita. A volte capita di vedere bimbi di 5/6 anni inchiodati in campo schiavi del ruolo: fermi in difesa. Lontani dall’azione. Non toccano mai la palla. Devono stare là, su indicazione del mister di turno. È vincere questo? Il compito dell’allenatore è coltivare la passione e il divertimento di questi ragazzi. Dov’è il contadino che cresce la sua pianta? Quante volte si deroga a questo ruolo per vincere una partita…

A chi dice che l’idea di calcio biologico non è vincente rispondo suggerendo di guardare al recente successo del piccolo Leicester: un gruppo di persone, vere. Il calcio dei magnati e dei padri padroni non ha più futuro. È ora di riscoprire il calcio dei maestri.

In bocca al lupo a Nevio Scala. Che la sua idea di calcio biologico rivoluzioni la cultura del movimento calcistico italiano.

Per commentare la rubrica scrivi a matteo.daolio@laliberta.info

Pubblicato in A bordo campo