Caprioli: «Vieni Santo Spirito»

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Pubblichiamo l’omelia del vescovo emerito Adriano Caprioli per la Messa di Pentecoste
Reggio E.,  Basilica della Ghiara, 15 maggio 2016

Abbiamo invocato il dono dello Spirito con la tradizionale sequenza di Pentecoste: “Vieni, santo Spirito, manda a noi dal cielo un raggio della tua luce”. Ricordo che il Card. Martini commentando questa invocazione allo Spirito in occasione di un avvio di un’unità pastorale, osservava: “Lo Spirito Santo arriva prima di noi, lavora meglio di noi!”. Cosa vuol dire allora invocare quest’oggi lo Spirito Santo?

Spirito di comunione

Il nostro essere Chiesa è anzitutto il nostro essere insieme, la nostra comunione. Noi non siamo qui perché ci siamo dati appuntamento come ad una festa di compleanno tra amici, tra gente che si conosce. Siamo qui perché un Altro ci ha convocati.

E’ la sorprendente esperienza che ha fatto la prima comunità cristiana a Pentecoste: “Mentre stava compiendosi il giorno di Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso”, così racconta il libro degli Atti degli Apostoli.

C’è come un crescendo nella descrizione che Luca fa di questa comunità investita dallo Spirito: “vento” simbolo di grande forza, “fuoco” simbolo di un ardore missionario, e “parola” simbolo di una verità amica.

Forse, per capire meglio tutta la forza, l’ardore, la bellezza di questa immagine di comunità, bisogna tenere presente un’altra esperienza, quella della torre di Babele.

Babele rappresenta la frammentazione, la dispersione. rappresentato dal popolo di Babele, tutto preso a costruire di propria iniziativa la torre più alta di questo mondo come una sfida al cielo:  chiamala oggi fazione, setta, chiesuola, campanilismo.

La frammentazione particolarista è il peccato del nostro tempo. “Siamo a Pentecoste, e non c’è modo che scendano dal cielo lingue di fuoco”, si lamentava il poeta Montale negli anni ’70.

La Chiesa che nasce a Pentecoste è il rovescio della medaglia. Lo Spirito non vuole certo cancellare le differenze, ma vuole cancellare il peccato delle divisioni e delle contrapposizioni.DSC_3714

Luca parla della comunità dei credenti, non come dei poliglotti, ma come di gente che parla un linguaggio nuovo, che ciascuno ascolta nella propria lingua: una sorta di “Chiesa casa e scuola di comunione” (Giovanni Paolo II).

Immagine, oggi, non solo occasionale ma istituzionale di questa Chiesa aperta a tutti è proprio la Messa domenicale, normalmente legata alla comunità parrocchiale.

Siamo qui riuniti insieme, come Maria con gli apostoli, a invocare il dono dello Spirito come parrocchie della Unità pastorale. Siamo di S. Teresa, S. Prospero, S. Stefano, S. Zenone, Cattedrale, in una sorta di “Pentecoste delle parrocchie”.

Se essere “Chiesa della Pentecoste” nasce dallo Spirito che parla il linguaggio nuovo della comunione, siamo qui chiamati a rileggere alla sua luce anche la storia della nostra Chiesa in questi momenti di cambiamento, che toccano anche le parrocchie.

Chiesa in missione

Era la Pentecoste 2004, quando i vescovi italiani ci hanno donato il bel documento “Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia”. C’è qui il senso di una Chiesa in cammino, un crescendo di passi insieme, che toccano diverse realtà.

  1. Le famiglie. Scrive Papa Francesco nella bella esortazione sull’amore nella famiglia “Amoris laetitia” (nn. 232-238): “La storia di una famiglia è solcata da crisi di ogni genere, che sono parte della sua bellezza…In nessun modo bisogna rassegnarsi a un deterioramento inevitabile.

Al contrario, quando il matrimonio si assume come compito, che implica anche superare ostacoli, ogni crisi può diventare l’occasione di ricercare le radici profonde di quello che sta succedendo, di trovare un nuovo equilibrio e di percorrere insieme una nuova tappa per arrivare a  bere insieme il vino migliore.

Non bisogna avere paura a qualificare la famiglia come risorsa, non solo come problema.

  1. I giovani. Dire che i giovani sono la nostra speranza è un luogo comune, e quasi una banalità. In realtà i giovani hanno i loro dubbi e le loro inquietudini di fronte all’avvenire.

I giovani – anche quando non lo dicono, anche quando nemmeno se ne accorgono – chiedono aiuto a noi adulti: vescovi, preti, educatori, genitori.

Molto più che gli uomini fatti e arrivati, i giovani hanno animo aperto, sanno ancora sognare, ha detto Papa Francesco.

Giovanni Paolo II aveva intuito questo desiderio di autenticità, offrendo loro stima, fiducia, amore gratuito, convocandoli alle GMG in tutto il mondo e sollecitandoli, al ritorno, a diventare loro capaci di  testimoniare tra i coetanei la bellezza del vivere comune. Cercano parrocchie accoglienti.

  1. E dopo la famiglia, i giovani ci sono le parrocchie, le cellule viventi della Chiesa, luoghi di ispirazione e di solidarietà che aiutano a costruire centri nella città. Come?

Non sto parlando di centri commerciali, né di  parrocchie stazioni di servizi religiosi, ma di parrocchie centri di senso dell’esistenza, in cui  giovani e anziani sperimentano la gioia di appartenere alla comunità, di buone relazioni di vicinato, di integrazione dei nuovi arrivati, di “oasi di misericordia”(Papa Francesco).

E’ il cammino che come vescovo ho potuto intraprendere con voi, dal giorno in cui ho messo piede in diocesi. Ricordo che qui davanti alla basilica della Ghiara, rispondendo al saluto di un giovane, mi è venuto spontaneo dire: “Quando sono stato ordinato vescovo il Vangelo mi è stato messo aperto sulla testa, ora aiutatemi – ora aiutiamo il nostro vescovo Massimo – a metterlo ai piedi”, cioè a farlo camminare tra le donne e gli uomini sulle strade di questa nostra terra.

Alla nostra Madonna della Ghiara affidiamo in particolare le nuove vocazioni di cui ha bisogno la Chiesa  e la società. Se ci preoccupa la diminuzione del clero nella vita delle nostre parrocchie, ci dovrebbe preoccupare altrettanto la diminuita incidenza culturale e spirituale della fede nella nostra società, nelle scuole, nel lavoro e nelle professioni. Maria ci doni di testimoniare ancora insieme la gioia del Vangelo.

+ Adriano Caprioli

Pubblicato in Articoli, Vita diocesana