Crederci fino alla fine

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La conquista della Premier League da parte del piccolo Leicester mi fa venire in mente la storia di Davide che con la sua fionda sconfigge il gigante Golia. Il più forte, come spiega sant’Agostino commentando l’episodio biblico, si è dimostrato il pastorello, perché è andato incontro a Golia confidando non in sé ma in Dio, armato non di ferro ma della propria fede.

Senza scomodare Dio per questioni calcistiche, si potrebbe quasi dire che i giocatori del Liecester abbiano vinto armandosi di fiducia nel loro traghettatore. Hanno creduto di farcela. Hanno creduto in mister Ranieri.

Credere… in se stessi tanto per cominciare. Una delle cose più difficili da trasmettere ai ragazzi è la consapevolezza di sé. Si passa da chi possiede un ego stratosferico a chi non scommetterebbe un soldo bucato su se stesso. Credere… negli altri. Una squadra così come un gruppo di lavoro non può prescindere dalla fiducia reciproca. Ognuno deve poter contare su un altro. Altro punto difficile in un periodo storico in cui è il super io a farla da padrone.

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E poi credere in chi segue questi ragazzi. Ultimamente di ritorno da un torneo, mi son chiesto se sono in grado di trasmettere il mio credo e la mia passione ai miei giocatori. Difficile essere pedagogo e allenatore allo stesso tempo: hai a che fare con caratteri in continuo cambiamento. Caratteri vulnerabili in grado di passare dalle stelle alle stalle nel giro di pochi secondi. E non sai mai se a loro trasmetti la tua carica e la tua passione piuttosto che le tue paure e le tue frustrazioni. Ti interroghi e ti confronti con loro a caccia di risposte alle tue domande. A volte non sai mai se sei compreso e capito fino in fondo. Soprattutto se uno ti manda a quel paese senza capire che i rimproveri e rimbrotti sono fatti solo per il suo bene; suo e della squadra. Tenere i ragazzi sul pezzo è la vera sfida.

Se parliamo di calcio come metafora della vita credo che il posto da titolare vada meritato e guadagnato con impegno, sacrificio e sudore. Un domani la stessa cosa sarà per trovare un posto di lavoro. Credo che il mister possa e debba pretendere, non di vincere, ma di vedere i suoi ragazzi darsi da fare per migliorarsi cominciando dall’approccio alle partite. Sono altre le partite che li attenderanno e ben più importanti: non esisteranno giustificazioni o alibi che possano salvare… ed è solo dando il massimo che si può crescere. Certo che l’aspetto educativo del campo non è solo pretesa e critica. È anche sorriso e ironia, è entusiasmo e calore umano. Senza stima reciproca non si può operare insieme verso traguardi importanti.

Io credo che il calcio o comunque lo sport in generale non sia solo un divertimento, credo sia anche un’occasione per diventare grandi, per misurarsi con se stessi e coi propri limiti. E forse questo è il messaggio più difficile da far passare a quelle “teste dure” che alleno.

Giocare a calcio, con tutti i pro e i contro del caso, con le cose belle e brutte che ruotano attorno al pallone, è forse la prima scelta importante e autonoma che fanno i ragazzi. Sono loro che armati di coraggio scelgono di praticare questa attività sportiva. Credo sia giusto che molte cose debbano restare solo all’interno di uno spogliatoio, tra il mister e i suoi ragazzi senza i filtri dei genitori o dei dirigenti. I ragazzi devono credere nel proprio mister.

Ripensando a quel torneo, dopo una partita disastrosa uno dei difensori centrali della mia squadra è uscito piangendo: la partita successiva è stato il migliore in campo… Crescere è anche sapersi rialzare dopo una brutta caduta.

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