L’isola di Peter Pan

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È il luogo letterario per eccellenza, quello dell’«alterità»

L’isola – poiché è lontana dal mondo – permette soluzioni estreme. “Lontana dal mondo” vuol dire lontana dalla società e dalle sue leggi; “soluzioni estreme” vuol dire che l’immaginazione è libera di situarvi le sue invenzioni.
L’isola è il luogo dell’avventura, della libertà, della solitudine, della prigionia eccetera, ma sempre dell’alterità.
L’isola è un “luogo letterario” per eccellenza. Si potrebbero citare Le avventure di Robinson Crusoe di Defoe, L’isola misteriosa di Verne, L’isola del tesoro di Stevenson e tante altre. Ma a noi interessano le “isole fantastiche” e quindi, prima di tutto, l’isola-che-non-c’è di James Matthew Barrie (1860-1937). Stiamo parlando, ovviamente, di Peter Pan.
Peter Pan (1911) è un racconto così ironico e leggero – senza nulla da aggiungere o da togliere – un racconto così perfetto che la prima sensazione, dopo averlo riletto, è di non interrogarsi su di esso, di accettarlo così com’è, con la sua storia straordinaria e la sua musica di parole. È vero però che non ha senso rileggere da adulti quello che si è letto da bambini se non se ne capisce un po’ di più (le citazioni sono tratte da J.M. Barrie, “Peter Pan”, Edizioni Studio Tesi, Roma 1991).
L’infanzia di Peter
Mettendo ordine nella mente dei suoi bambini (operazione che le madri fanno tutte le notti secondo il narratore), la signora Darling scopre le tracce di Peter Pan e dell’isola-che-non-c’è. (In effetti si tratta del Paese-che-non-c’è, ma il Paese-che-non-c’è “è sempre più o meno un’isola”.)
L’isola-che-non-c’è, intanto, non è eguale per tutti. Ognuno ha la sua: quella di Wendy, quella di John e quella di Michael hanno differenze significative. In ogni caso, Peter Pan mette d’accordo tutti.
La prima apparizione di Peter, per quanto possa sembrare strano, è alla signora Darling. Ma gli eventi precipitano quando Peter, durante una ricognizione notturna, perde la sua ombra.
L’ombra viene ritrovata dalla signora Darling, la quale la ripiega con cura e la ripone in un cassetto. Poi ricompare Peter e convince Wendy e i suoi fratelli a seguirlo nell’isola-che-non-c’è. Volando, naturalmente.
L’isola-che-non-c’è è un luogo “fantastico” per eccellenza: un luogo “altro”. Essa è caratterizzata dalle due dimensioni dell’evasione – il fiabesco e l’avventuroso. E infatti nell’isola ci sono le fate, creature delle fiabe, ma anche i pirati, i pellerossa e gli animali feroci, creature dell’avventura. L’isola-che-non-c’è è il mondo dell’evasione e della fuga dalla realtà: cioè dal grigio mondo dell’età adulta.
D’altronde l’evasione nella dimensione “fiabescavventurosa” è accompagnata dalla consapevolezza che l’evasione è “a scadenza”, che bisogna tornare al grigio mondo quotidiano (temperato come vedremo dall’amore delle madri). Non tornare significa non crescere, non diventare adulti, non tornare significa smarrirsi, perdere la memoria, come frequentemente accade a Peter.
Peter Pan, infatti, ha “scelto” l’infanzia e per questo egli è il padrone dell’isola e l’idolo di tutti i bambini. Disprezzando il mondo degli adulti (e soprattutto le Madri), Peter sembra un vincitore (ma forse lo è solo apparentemente). È lui, comunque, il messaggero dell’isola, e il medium fra i due mondi, è lui che bisogna evocare per vivere nell’isola ed è lui che bisogna abbandonare per tornare indietro.

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