Alcune note a margine del Giubileo dei Ragazzi

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Nella vita pastorale ci sono iniziative che creano grandi illusioni: ci si immerge a capofitto con generosità e impegno per poi constatare che i risultati non sono all’altezza delle aspettative. Al contrario, altre volte capita che imprese di poco conto, nelle quali abbiamo investito le briciole, si rivelino al di sopra delle attese facendoci vergognare della nostra mediocrità.
Che dire invece di una impresa in cui abbiamo messo tutta l’intelligenza, l’impegno, il rischio, la caparbietà possibile – sperandone grandi risultati – per poi scoprire che le nostre aspettative erano troppo misere rispetto a ciò che ci attendeva? Ecco come ci siamo sentiti al ritorno del Giubileo dei Ragazzi. E non solo per i numeri, il successo, l’attenzione mediatica… parliamo dei volti dei ragazzi, delle loro grida, della loro energia. Travolti dalla stanchezza, ma incapaci di spegnere gli ampi sorrisi e gli occhi radiosi.
I volti. Sì, i volti dei ragazzi. Con i nasi e le gote arrossate dal sole e i capelli un po’ appiccicaticci dopo tre giorni senza vedere una doccia. È sui volti che si misura la riuscita di un’impresa; è sui volti che si sente il fremito di un cambiamento. Quei volti, lunedì sera sul treno di ritorno da Roma, parlavano da soli. Non volevano assolutamente spegnersi; non volevano perdere nemmeno un attimo di quello che stavano vivendo; non volevano rassegnarsi a mettere la parola “fine” su questa esperienza.

Continua a leggere il testo integrale dell’articolo di Giordano Goccini con don Stefano, Emanuele e Antonella su La libertà del 7 maggio

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