Non dite a mia madre che faccio il web analist

Stampa articolo Stampa articolo

C’è una domanda che ancora oggi, dopo quasi vent’anni di vita professionale attiva nel settore della comunicazione, mi mette sempre in difficoltà quando mi viene posta: “Ma tu esattamente che lavoro fai?”.
Già, perché si fa presto a rispondere con il job title, l’etichetta stampata sui bigliettini da visita (per chi li usa ancora) o pubblicata sul proprio profilo LinkedIn, il più importante social network del mondo del lavoro.

Se  però si risponde key account manager – come nel mio caso – difficilmente l’interlocutore ne saprà di più.
E allora ecco che partono i giri di parole per provare a fargli capire cosa fa un account, più o meno qualcuno che, all’interno di una società di consulenza, gestisce progetti per conto di clienti coordinando team di lavoro.
Anche così tuttavia il rischio è di fare la figura di Caterina, personaggio del film di Nanni Moretti “Ecce Bombo”, la quale, al quesito “Ma come campi?”, replica con un vago “…vedo gente, mi muovo, conosco, faccio delle cose…”.

Almeno pare che io sia in buona compagnia. Secondo una ricerca condotta nel 2013 dallo stesso LinkedIn, il 46% dei genitori confessa di “non capire del tutto” in cosa consiste il lavoro dei propri figli. Probabilmente perché in una buona parte dei casi si tratta di quei mestieri nuovi, liquidi e talvolta efferatamente etichettati che sono stati introdotti dalla società digitale.

“Non dite a mia madre che faccio il pubblicitario… Lei mi crede un pianista di bordello” è il titolo di un libro pubblicato nel 1979 da Jacques Séguéla, geniale uomo di comunicazione francese, che potrebbe facilmente essere adattato allo scenario di cui stiamo parlando. “Non dite a mia madre che faccio il web analyst…”.

Sì, perché ci sono appunto professioni nuove che possono risultare indecifrabili a chi è cresciuto in un mondo in cui le persone facevano semplicemente gli operai, gli avvocati, i medici, i commessi, etc.

web analist

Ovviamente sto giocando sul filo del paradosso. Certamente le stesse difficoltà di spiegazione le avrà incontrate negli anni ’50 del secolo scorso un tecnico della televisione o negli anni ’20 un telegrafista. L’innovazione è sempre stata al tempo stesso effetto e causa di nuovi mestieri, cancellando vecchie mansioni, modificando ruoli e promovendone altri: un circolo virtuoso o vizioso, a seconda dei punti di vista, ma inevitabile.

Oggi tuttavia questo fenomeno è nettamente più marcato, grazie alla rivoluzione digitale che ha saputo imprimere, in un lasso di tempo limitato, una svolta epocale anche nel mondo del lavoro.

Bisogna prendere atto che il fundraiser, il data scientist o il chief digital officer – giusto per fare esempi a caso tra i tanti – sono professioni con piena dignità anche se ardue da spiegare alla mamma e alla nonna.

Anzi, sono professioni su cui gli studenti di oggi fanno bene a guardare con vivo interesse, perché la domanda da parte delle aziende per profili come questi è già alta.

Proprio mentre scrivo queste righe, il premier Matteo Renzi – nell’intervento in occasione dell’Italian Internet Day (le celebrazioni per i 30 anni dal primo collegamento web nel nostro Paese, avvenuto nel 1986 al CNR di Pisa) – sta affermando che “con internet c’è creazione di posti di lavoro… da qui a dieci anni molti settori saranno travolti dalle nuove tecnologie”.  Almeno per questa volta, le parole del presidente del Consiglio sono inattaccabili.

Gli ultimi a rassegnarsi forse saranno i bimbi, i quali, alla classica domanda “Che cosa vuoi fare da grande?” continueranno probabilmente a rispondere disincantati “il calciatore” o “l’astronauta”.

Per commentare la rubrica scrivi a matteo.iori@laliberta.info

Pubblicato in Orti digitali Taggato con: