Violenza e religione nell’Islam

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Padre Giuseppe Scattolin sul complesso panorama del mondo musulmano

Nei giorni di martedì 19 e mercoledì 20 aprile si sono tenute due interessanti giornate di studio presso lo Studio Teologico Interdiocesano (STI) di Reggio, la struttura accademica che cura la formazione teologica dei seminaristi delle Diocesi di Modena, Reggio, Carpi e Parma, oltre che dei Saveriani di Parma e dei Cappuccini di Scandiano. Lo scopo di queste giornate, che si svolgono regolarmente da alcuni anni, è di aiutare gli studenti ad approfondire in modo interdisciplinare un tema teologico che ha concreti risvolti in pastorale, alternando relazioni dei docenti e lavori di gruppi degli studenti.
Quello di quest’anno è stato un tema di grande attualità, il rapporto tra religione e violenza all’interno dell’Islam, e l’ospite che con grande competenza ha introdotto nella problematica è stato il comboniano Giuseppe Scattolin, da quarant’anni in missione tra Libano, Sudan ed Egitto, docente di mistica islamica presso il Pontificio Istituto di Studi Arabi e Islamici di Roma e presso l’Istituto Dar Comboni de Il Cairo, dove risiede da anni. Non potendo esporre tutta la ricchezza di queste due giornate, riassumiamo i punti più significativi dei diversi interventi di padre Scattolin.
Anzitutto è emerso che l’Islam è un fenomeno complesso, con almeno 4 caratteristiche. Anzitutto è una religione, quindi con una missione di testimonianza e di proselitismo, non riducibile ad elementi sociali, economici o politici. Consiste nella proclamazione del monoteismo assoluto (tawhid) contro ogni forma palese o occulta di idolatria, attraverso un’assoluta confidenza e dedizione verso “il Dio” (Allah), che si è rivelato mediante l’annuncio di Maometto, contenuto nel Corano e nei detti (hadith) del profeta, a cui il musulmano risponde praticando “i cinque pilastri” – cioè professione di fede nel monoteismo assoluto, preghiera più volte al giorno, elemosina, digiuno nel mese di Ramadan, pellegrinaggio alla Mecca almeno una volta nella vita – interpretati e attualizzati dall’insegnamento giuridico dei dotti (ulema). La questione qui è se sia possibile un dialogo religioso con l’Islam, una cosa molto difficile a livello dottrinale, ma più praticabile a livello di vita, di opere e di spiritualità. In secondo luogo l’Islam è una legge totale (sharìa), cioè non si limita all’ambito privato, ma intende estendersi a tutti i rapporti sociali affinché siano normati dalla legge divina, alla quale tutte le leggi umane devono essere sottomesse: per questo, in ambito sunnita, sono sorte ben presto quattro scuole giuridiche, con il compito di interpretare in modo giuridico la rivelazione coranica.

Continua a leggere tutto l’articolo di don Daniele Moretto su La Libertà del 30 aprile

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