I piatti pieni a tavola

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(Gloria) ai piatti pieni a tavola/ alla gente nostrana/ senza boria né buriana”: così recita l’inciso di È un peccato morir, strana canzone di Zucchero intercettata per caso alla radio. Parole non particolarmente poetiche, capaci però di evocare serate estive in cui, ancora bambina, con i fratelli e i cugini ascoltavo rapita genitori e amici di famiglia, nonni e prozii cantare le canzoni degli alpini dopo cena, tutti seduti attorno al tavolaccio nella vigna; gli ultimi avanzi di cibo ancora sulla tovaglia, il lambrusco generoso versato nei bicchieri. Parole capaci di richiamare alla mente i pranzi preparati con amore dalle mie nonne, felici di raccogliere attorno a sé figli e nipoti proprio come ora vedo fare a mia madre; e che descrivono bene tante cene con gli amici, tra baraonde di figli e risate.

Questo sono i piatti pieni su una tavola apparecchiata e la “gente nostrana”: un vociare di volti familiari, serate chiassose attorno a un tavolo dove si parla, si canta, si discute, ci si arrabbia, ci si abbraccia, si ride, si annunciano i fatti importanti della vita. La cosa più semplice e più misteriosa che ci sia: una gioia dirompente racchiusa in un contenitore così povero e piccolo, aggrappata a cose che si possono toccare, a profumi e sapori, a parole e sguardi, al rumore di piatti e posate che lavorano. Niente è così concreto e persino greve come la tavola del pasto con i suoi commensali riuniti; ma in quella solidità – così insignificante nella sua quotidianità banale – generazioni si incontrano, conoscenze si approfondiscono, imprese vengono decise, vite si svolgono; e tutto, in quei momenti, dice che non siamo fatti per la solitudine né per il silenzio del nulla.

Pranzo famiglia

Gli esseri umani vivono nel tempo, ma il nostro Nemico li destina all’eternità. Perciò, credo, Egli desidera che essi si occupino principalmente di due cose: dell’eternità stessa, e di quel punto del tempo che essi chiamano il presente. Il presente è infatti il punto nel quale il tempo tocca l’eternità. Del momento presente, e soltanto di esso, gli esseri umani hanno un’esperienza analoga all’esperienza che il nostro Nemico ha della realtà intera, soltanto in esso viene loro offerta la libertà e la realtà”. Così, ne Le lettere di Berlicche di Clive Staples Lewis, un esperto diavolo scrive al nipote e apprendista Malacoda. Lewis considerava lo spiritualismo e il sentimentalismo i mali peggiori del suo tempo, in cui il “sentirsi” diventava preminente rispetto all’essere. Berlicche lo spiega: per separare l’uomo dall’Eterno occorrerà rinchiuderlo in una sua pantomima sbiadita, allontanandolo dal presente e intrappolandolo nella vaghezza di rarefatte astrazioni. Così, ad esempio, per distoglierlo dal perdono di Dio non occorrerà fargli pensare di non averne bisogno: basterà indurlo a cercare solo di sentirsi perdonato, per allontanarlo dalla carità vissuta converrà far sì che si accontenti di provare sentimenti caritatevoli. Alienando l’uomo dalla concretezza ruvida della realtà lo si alienerà da se stesso – dalla propria felicità prima ancora che dalla propria salvezza. Perché l’Eterno è quanto di più presente e concreto vi sia, separato da noi soltanto da un invisibile diaframma: lo spessore profondo della nostra esistenza, che così facilmente dimentichiamo.

Ci penso quando mi accade di dover mangiare da sola, in fretta, tra un momento e l’altro del lavoro. Nei pasti consumati quasi meccanicamente, per strada, nella pausa lavorativa, siamo spesso già protesi al “dopo”: agli impegni che ci attendono, a ciò che dovremo fare, alle preoccupazioni che ci angosciano. Non così attorno a un tavolo, fosse anche popolato solo da due o tre commensali: concentrati nell’istante presente con zelo apparentemente degno di miglior causa, tutte le energie convogliate nel servire, discutere, assaporare: quasi che dietro a quella patina opaca di materia (persino le chiazze d’unto sulla tovaglia, il rumore fastidioso delle sedie scostate) si intuisse una profondità nascosta che invita.

Nella mia infanzia mi rassicurava sentir parlare del Paradiso come del “banchetto eterno”: non mi venivano in mente palazzi e re, ma semplici tavole affollate di persone di ogni età, con i loro soprannomi e i loro tratti distintivi, felici di esser lì. Ed ora che non sono più una bambina non posso che stupirmi continuamente del fatto che un Altro abbia scelto di radunare attorno a una mensa i suoi amici: che abbia scelto, per rendersi totalmente e pienamente presente, di passare attraverso il vino inebriante e il pane che sfama. Sì, gloria ai piatti pieni a tavola e agli schiamazzi dei commensali che ci fanno pregustare il riso di tutti i cieli, troppo forte – direbbe Chesterton – perché possiamo udirlo ora. In fondo non sembra sbagliato che il Paradiso assomigli a una cena tra amici: una tavolata di volti vecchi e nuovi, “gente nostrana” dalla quale siamo da sempre conosciuti e attesi.

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