Mezzo pieno, mezzo vuoto

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Mezzo pieno, mezzo vuoto è il classico bicchiere che comunemente bisogna vedere dopo una partita o magari guardando alla propria vita in alcune occasioni.

Dopo una prestazione, soprattutto dopo una sconfitta, la difficoltà maggiore sta nel vedere fin dove il bicchiere è pieno e dove inizia a vuotarsi.

Risultato o crescita del giocatore? Per chi fa questo mestiere coi giovani  spesso mantenere l’equilibrio tra allenatore ed educatore è molto delicato: il mondo del calcio vuole risultati, ergo vittorie. Vincere aiuta a nascondere i problemi. E si sa, a tutti piace vincere ma soprattutto non avere problemi.

La cosa più difficile è calarsi nella mentalità dei ragazzi: giocare una partita è bellissimo ma difficile. L’agitazione la fa da padrone, sbagliare per l’emozione è una cosa normalissima. Le partite, così come la nostra quotidianità, si giocano prima nella testa, passando attraverso le nostre certezze e  le nostre debolezze. È  la realtà del campo a mettere a nudo chi siamo, cosa vogliamo e fin dove ci spingiamo affrontando quelle difficoltà che spesso ci costringono a fare scelte diverse.

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Molte volte l’adrenalina e l’emotività prendono il sopravvento sul raziocinio. E in questo caso sorge la domanda se ai tuoi ragazzi trasmetti la tua carica o piuttosto la tua paura. Ed ecco che puntualmente il terzino sinistro ti dà la risposta calciando a vanvera un pallone facilmente controllabile.

Un pallone che ti arriva tra i piedi è una decisione da prendere: bisogna intuirne la traiettoria, stare attenti all’avversario, sapere già cosa fare. Stoppare una palla sembra molto semplice eppure non lo è: da quel controllo dipende la tua giocata.

Un pallone calciato a vanvera è paura di sbagliare, di essere rimproverato, di tenere tra i piedi quella palla che “scotta”. La stessa palla da giocare ogni giorno a scuola, in famiglia, in amore o al lavoro.

E di certo le mie urla dalla panchina non hanno aiutato il mio terzino sinistro.

Alla fine di ogni partita è a quel bicchiere che bisogna guardare: ripartire dalle buone cose senza dimenticare e tralasciare gli errori. Imparare anche dagli avversari aiuta.
Il peggior errore è lasciar spazio al catastrofismo o alla depressione. O peggio ancora ricercare giustificazioni nel pensare che più di così non si possa fare.
Lo stesso avviene anche fuori dal rettangolo verde: facciamo le cose tutte d’un fiato, come se fossimo sempre in trans agonistica.
Difficilmente lo stile di vita dei nostri tempi ci consente di fermarci, lasciando ampio spazio all’emotività piuttosto che alla razionalità. E stando coi ragazzi lo si nota molto.
Così capita che evitiamo spesso di tracciare bilanci della nostra vita, ignorando quel bicchiere che ci costringerebbe ad affrontare ciò che fa male o ciò che vorremmo evitare. Eppure c’è anche una parte piena di bicchiere a cui guardare.
Troppo spesso la paura di stoppare quel pallone inibisce la giocata che un uomo deve fare: più facile calciare a vanvera piuttosto che affrontare una situazione “delicata”.

Oggi abbiamo perso eppure di cose buone ne ho viste e in settimana ad allenamento a quel terzino dimostro che quel pallone non è una bomba pronta ad esplodere, perché prima di essere calciatore deve diventare un uomo.

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