La parabola di don Giuseppe Iemmi: sognava il martirio in Cina, lo trovò qui

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Dopo la sua morte, una fioritura di vocazioni sacerdotali

Iniziando la Messa, il celebrante sale all’altare, lo bacia e lo venera. È il suo primo gesto. Perché l’altare è tomba dei martiri delle prime comunità cristiane e richiama il sacrificio della loro vita. Nella sua semplicità e nel suo silenzio, questo bacio è rivolto a Cristo, altare, sacerdote e vittima (Ebrei 4-914). Fino a poco tempo fa non si poteva celebrare se non sulla pietra sacra, contenente le reliquie dei martiri, consacrata dal vescovo.
Come vorrei celebrare sulle ossa del martire don Giuseppe Iemmi, martire non dei secoli antichi, dei tempi della barbarie, ma di questi nostri tempi, in questa terra che chiamiamo civile, moderna, addirittura cristiana. Don Giuseppe, giovanissimo prete, generoso, idealista in nome del Vangelo, alza la sua voce e grida nell’ora del terrore, in un momento in cui – Pasqua 1945 – l’odio accieca le coscienze e fa vedere un nemico nell’amico, un avversario nel fratello.
Egli era reduce dal noviziato missionario dei Saveriani di Parma e insegnava a noi giovani felinesi un canto: “O Vergin pietosa / laggiù del martirio la palma gloriosa / noi sospiriam”. Il martirio, che forse ha desiderato nella lontana Cina e che aveva messo nel conto una volta che fosse andato missionario laggiù, com’era il suo grande desiderio, lo ha incontrato qui nella bella valle di Felina, sul nuovo Calvario del monte Fòsola.

Continua a leggere tutto l’articolo di Raimondo Zanelli su La Libertà del 9 aprile

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