Il servizio per “aver parte” con Cristo

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Omelia nella santa Messa in coena Domini
Cattedrale di Reggio Emilia, 24 marzo 2016

Cari fratelli e sorelle,

con questa santa liturgia ci introduciamo al Triduo sacro della passione, morte e resurrezione di nostro Signore. Siamo chiamati a rivivere il mistero centrale della nostra fede, il culmine della vita nuova che l’incarnazione del Verbo ha inaugurato sulla terra.

È significativo che il portale di ingresso al triduo, che ci condurrà alla veglia pasquale e che attraverso diverse azioni liturgiche descrive in realtà un unico movimento, sia proprio questa celebrazione nella quale facciamo memoria dell’istituzione dell’Eucarestia e del Sacerdozio ordinato.

Questi due sacramenti costituiscono infatti il cuore pulsante della Chiesa, l’espressione della donazione definitiva vissuta da Gesù e la possibilità del suo perpetuarsi nel tempo. Abbiamo ascoltato nel vangelo: avendo amato i suoi, li amò sino alla fine (Gv 13,1). Li amò per sempre. Per tutti i secoli a venire.

Egli non ci ha lasciato qualcosa di sé, ci ha lasciato se stesso, il suo corpo, il suo sangue, il suo amore misericordioso che ci raggiunge in modo sacramentale attraverso coloro che nel sacerdozio Cristo sceglie e assimila a sé.

Il dialogo con il Padre, iniziato nel tempo che non ha tempo, è continuato lungo tutta la vita terrena di Gesù, in ogni parola, ogni gesto, ogni pensiero da lui vissuto dagli anni nascosti di Nazareth al compimento della sua vita a Gerusalemme. È un dialogo che, come ci testimoniano i vangeli, è fatto di ascolto, preghiera, supplica, adeguazione della sua volontà di uomo a quella divina del Padre. Soprattutto nel vangelo di Giovanni emerge il desiderio di Gesù di far entrare in questo dialogo i suoi apostoli in modo che, attraverso di essi, tutta l’umanità possa avervi accesso.

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Un’immagine della Messa in coena Domini del 2015

Nelle ultime ore, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, questo desiderio di Gesù diventa esplicito. Durante l’ultima cena Egli introduce i suoi nel mistero del suo abbassamento, della sua donazione, della sua obbedienza al Padre. Un servo non è più grande del suo padrone, né un apostolo è più grande di chi lo ha mandato (Gv 13,16): gli apostoli sono chiamati a seguire le orme del loro maestro. Egli che era Figlio si è fatto servo. La figura del servo, di cui ci parla Isaia, illumina queste ore del giovedì santo e chiarisce i gesti misteriosi compiuti da Gesù questa sera. A lungo aveva preparato gli apostoli a questo momento. Egli li invita ora ad imparare da lui a farsi servi dell’avvenimento accaduto tra loro, avvenimento che li ha legati in una comunione così profonda da renderli per sempre una cosa sola, anche nelle più grandi distanze geografiche, sociali o temperamentali.

Se il più grande, Gesù, è il servitore, se Gesù sta in mezzo a loro come colui che serve (Lc 22,27), anche loro devono entrare in questa esperienza che Cristo fa della propria figliolanza come servizio alla nascita della Chiesa.

Per insegnare questo Gesù non fa un discorso, non spiega l’eucarestia e il sacerdozio, non descrive i tratti della Chiesa nascente, ma opera, vive con i suoi apostoli un gesto molto usuale, la lavanda dei piedi, che si colora tuttavia in questa occasione di significati nuovi e profondi. Come notano alcuni esegeti, si tratta di un gesto particolarmente umiliante, essendo talora vietato persino ai servi ebrei rispetto ai loro padroni e quindi affidato agli schiavi stranieri. Questa considerazione ci fa entrare nello scandalo vissuto da Pietro, che proprio per la stima e l’amore per il suo maestro si rifiuta di lasciarsi lavare i piedi da lui.

In realtà Gesù vuole introdurre Pietro e gli altri suoi apostoli in un orizzonte totalmente nuovo. Il gesto che Egli compie non ha innanzitutto un valore morale o sociale. È evidente proprio nelle parole con cui corregge Simon Pietro. Se non ti lasci lavare non avrai parte con me (cfr. Gv 13,8). Ciò che qui è in questione è l’aver parte con Gesù, l’entrare nella sua vita, nella profondità della sua autocoscienza. In questo senso la lavanda dei piedi, con cui lo schiavo accoglieva colui che arrivava da lontano, stanco e impolverato, diventa l’espressione del desiderio di Gesù di accogliere nella sua casa, nella casa del Padre, i suoi amici e, attraverso di loro, tutti gli uomini e le donne con i quali loro rivivranno lo stesso gesto.

Un gesto, dunque, che significa: “tu sei parte di me”. In questo abbassamento Gesù desidera farsi una sola cosa con i suoi, donare se stesso. Come dirà tra poco: “vi consegno il mio corpo, vi offro il mio sangue”. “Anche voi dovete fare così: vi ho dato un esempio perché come io ho fatto facciate anche voi” (cfr. Gv 13,15). Gesù ci insegna ad entrare nella comunione che lui vive con il Padre. Ha aperto la strada di questa comunione, l’ha resa possibile, l’ha resa reale per ciascuno di noi.

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Un’immagine della Messa in coena Domini 2015

 

Quale profondo mistero ci viene rivelato nella lavanda dei piedi? Ce lo dicono i padri della Chiesa che, in questo gesto di Gesù, hanno riconosciuto il sacramento della Penitenza che ci lava dai nostri peccati e ci riporta allo stato di grazia. È il mistero del perdono, della misericordia. Un mistero che la Chiesa custodisce ed elargisce non solo nel sacramento della Confessione, ma anche nell’educazione alla carità reciproca, nell’accoglienza dei più poveri, nella sollecitudine per le opere di misericordia a cui, in questo anno, è legato anche il dono dell’indulgenza giubilare.

Nella lavanda dei piedi Gesù ci insegna il perdono e ci mostra che è l’esperienza del perdono a rigenerare non solo la persona, ma la stessa comunione. Entrare nella realtà del perdono, della misericordia, significa entrare nella possibilità della comunione. Essa, infatti, non nasce dai nostri sforzi, non viene generata dalla nostra coerenza morale. L’origine della comunione è il lasciarsi lavare i piedi da Gesù, il riconoscersi poveri, miseri, bisognosi di perdono. Da questa coscienza umile nasce la gratitudine per l’abbraccio misericordioso di Gesù che, così come siamo, ci perdona, ci rigenera e in questo modo ci rende capaci di lavarci i piedi gli uni gli altri.

Cari fratelli e sorelle,

tra poco rivivremo questo gesto che Gesù ci ha consegnato nelle ultime ore della sua vita terrena. Non è un atto teatrale, non è una rappresentazione sacra. Desideriamo che questo gesto possa realmente riaccadere in mezzo a noi. Attraverso di esso chiediamo al Signore di svegliarci dal nostro torpore, di perdonare tutte le offese che rechiamo alla comunione con lui e tra di noi. Chiediamogli di tornare a infiammare i nostri cuori perché, con il sostegno della sua grazia, possiamo essere nella nostra Chiesa testimoni e servitori della comunione.

Amen.

+ Massimo Camisasca

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